Raissa Avilés porta al LAC un’opera ibrida dove voce, musica e scena si incontrano in un continuo gioco di trasformazioni

LUGANO – Maybe a concert “forse” un concerto: non è solo un titolo suggestivo, ma “forse” contempla un vero e proprio manifesto programmatico.
È il caso di Raissa Avilés, cantante, performer e autrice svizzera di origini messicane, che porta al LAC martedì 29 e mercoledì 30 settembre (Teatrostudio, ore 20) il suo Maybe a concert, lavoro difficilmente riconducibile a una sola definizione, nel quale il concerto diventa teatro, la musica si fa gesto e il suono stesso diventa spazio scenico.
La biografia artistica di Avilés sembra del resto contenere già le premesse di questa libertà. La sua formazione nasce dall’incontro fra culture e tradizioni differenti, da subito decide di lavorare sulla voce non soltanto come strumento musicale, ma come luogo nel quale corpo, memoria e identità possono incontrarsi in maniera dialettica, creando anche contrapposizioni. È da questa prospettiva che nasce Maybe a concert, titolo che contiene programmaticamente un dubbio: forse un concerto, appunto, o forse qualcosa che del concerto conserva la presenza dal vivo e l’immediatezza, per spingerle però oltre i loro confini abituali.
Nella regia di Raúl Vargas Torres, musica e azione scenica costruiscono così una drammaturgia mobile, continuamente esposta all’irruzione dell’imprevisto. Sul palcoscenico compaiono figure insieme familiari e incongruenti – una musicista mariachi sui tacchi a spillo, un cowboy scintillante – provenienti da un immaginario nel quale la tradizione popolare messicana può convivere con il varietà, il western con la cultura pop. Non si tratta tuttavia di una successione di citazioni né di un gioco di contaminazioni: questi materiali vengono sottratti alle gerarchie che normalmente li separano e fatti reagire fra loro, fino a produrre un territorio sonoro e visivo nuovo.
Lo stesso principio governa la musica. Le composizioni, in gran parte originali, firmate da Raissa e da Balázs Várnai, attraversano folk e indie, elettronica, jazz e suggestioni barocche, trovando negli arrangiamenti di Alix Logiaco una trama capace di tenere insieme provenienze apparentemente lontane. Il passaggio da un linguaggio all’altro non avviene per semplice giustapposizione: ogni elemento modifica quello che incontra, così che il concerto procede per slittamenti, trasformazioni e improvvise aperture.
Al centro rimane la voce di Avilés. Una voce che canta, naturalmente, ma che è anche presenza fisica, racconto materico e immediatezza teatrale. Attraverso di essa Maybe a concert affronta questioni che oltrepassano la dimensione musicale: la possibilità di costruire la propria identità senza doverla ricondurre a un modello unico, il rapporto fra appartenenza e libertà, la ricerca di un’autonomia artistica e personale dentro sistemi inevitabilmente segnati da compromessi e contraddizioni e soprattutto l’ironia, spiazzante, che crea inaspettati cortocircuiti.
È proprio questa natura mobile a rendere Maybe a concert particolarmente coerente con la programmazione del LAC, che accanto ai grandi repertori della musica e del teatro ha progressivamente aperto il proprio spazio a esperienze nelle quali le discipline cessano di essere compartimenti separati. Classica, jazz, elettronica, teatro, performance e culture musicali differenti diventano così non categorie da affiancare, ma possibilità di relazione poste in continuo intercambio.
Lo spettacolo è un’anteprima della 35° edizione del FIT Festival Internazionale del Teatro e della scena contemporanea.