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L'economia con Amalia
12.05.2022 - 11:580
Aggiornamento: 19.05.2022 - 08:22

Mirante: produrre in Europa oggi costa un terzo in più rispetto all'anno scorso

Prezzi alla produzione e al consumo in aumento, fiducia dei consumatori in calo. Anche in Svizzera.

di Amalia Mirante*

Nella nostra rubrica “L’economia con Amalia” di questa settimana analizziamo le tendenze macroeconomiche in atto, tracciando il probabile scenario evolutivo delle prossime settimane in Europa.                                                                 

Dando uno sguardo al contesto macroeconomico internazionale, gli ultimi dati pubblicati purtroppo non sono incoraggianti. Con l'inflazione che ad aprile negli Stati Uniti si attesta sull'8,3% e quella tedesca al 7,4% possiamo già intuire quello che capiterà nei prossimi mesi. E lo facciamo con l'indice dei prezzi alla produzione. Ricordiamo che questo indicatore mostra la variazione dei prezzi dei beni industriali nella prima fase di fabbricazione, ossia quando escono dagli stabilimenti. Per arrivare al prezzo finale che invece quantifichiamo con l'indice dei prezzi al consumo (IPC, di cui parleremo anche dopo) dobbiamo aggiungere i costi di trasporto, di immagazzinamento, logistici, di pubblicità, come pure tutti gli altri costi che sostengo direttamente i commercianti. Commercianti che quindi sono influenzati dall'andamento dei prezzi alla produzione. Purtroppo anche nel mese scorso questo indicatore ha segnalato in generale aumenti considerevoli che nell'Eurozona arrivano al +5.3% rispetto al mese precedente e salgono di quasi il 37% rispetto a un anno fa. Per dirla semplicemente produrre oggi costa un terzo in più rispetto all'anno scorso. Inevitabilmente, questi aumenti di costi si ribaltano sui prezzi nei supermercati e nei negozi. Ma i guai per l'industria non finiscono qui. La fiducia dei consumatori è ancora precipitata, questo significa che pensano di comperare meno. E non a caso la produzione industriale mostra segni di grande rallentamento, se non addirittura di crollo come nel caso della Germania in cui si è verificato un calo di quasi il 4%. Ancora peggio se si guarda al numero di ordinativi avuti in marzo: sempre le industrie tedesche hanno registrato una riduzione del 4.7%. Questo significa che c'è poco da produrre e se la situazione rimane questa ci saranno molti licenziamenti. È vero che la Germania, definita la locomotiva dell'Unione Europea perché rappresenta l'economia più importante, era già in una fase di rallentamento economico ben prima della maledetta guerra in Ucraina. Tuttavia è innegabile che il conflitto unito al continuo e preoccupante aumento dei prezzi ha rallentato la produzione industriale anche negli altri Paesi. Di poco ore fa la notizia che in Italia si stima una riduzione del 2.5% della produzione industriale. Questo potrebbe trasformarsi in una crescita negativa del prodotto interno lordo (PIL) del II trimestre. Se così fosse l'Italia sarebbe tecnicamente in recessione (crescita negativa nel PIL per due trimestri di fila).    


E come se non bastasse, in Italia si ricomincia a parlare di Spread che sale. Lo spread Btp-Bund misura il differenziale del costo del debito pubblico italiano rispetto a quello tedesco. Per calcolarlo bisogna fare la differenza tra i tassi di interesse sulle obbligazioni con scadenza a 10 anni che devono pagare rispettivamente lo stato italiano e quello tedesco. Per ottenere il risultato in punti base basta moltiplicare per 100. Concretamente, venerdì 6 maggio i buoni del tesoro italiano venivano venduti con un tasso di interesse del 3.1%, mentre quelli tedeschi dell'1.1%. Così lo spread venerdì era di 200 punti (3.1% -1.1% = 2%; 2*100= 200 punti).Quello che deve comunque preoccupare non è tanto l'aumento dello spread, quanto il livello del tasso di interesse che rappresenta il costo del debito. Era dall'autunno del 2018 che non si registrava un tasso di interesse così alto in Italia. Allora si attribuiva la responsabilità all'instabilità del primo governo Conte, che vedeva la collaborazione tra la Lega e il Movimento 5 stelle. Oggi che invece al governo c'è Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea (BCE), da sempre ritenuto una figura di spicco e di credibilità internazionale, a chi diamo la responsabilità? Sicuramente l'inflazione crescente sta spingendo le banche centrali ad aumentare i tassi di interesse. Lo hanno fatto questa settimana le banche centrali di Stati Uniti, Gran Bretagna, Repubblica Ceca e Polonia (ne abbiamo parlato anche nel nostro articolo settimanale, LEGGI QUI). Anche la Banca Centrale Europea probabilmente non potrà sottrarsi tra qualche mese a questa decisione; e così le aspettative sul futuro possono incidere sul presente. Ma altri fattori pesano sulla situazione italiana. Già nel trimestre precedente è stato l'unico Paese dell'Eurozona a registrare una crescita negativa del PIL. E le prospettive, a causa della forte dipendenza del suo settore produttivo dal gas russo, potrebbero essere ancora peggiori. Senza dimenticare il fardello del debito pubblico che ammonta ad oggi a 2'700 miliardi di euro; ritenendo un prodotto interno lordo di circa 1'780 miliardi di euro, il rapporto è di oltre il 150% (a titolo di paragone quello svizzero si aggira attorno al 30%). Il debito pubblico è uno strumento importantissimo nelle mani dello Stato per sostenere l'economia nel momento del bisogno. E proprio affinché possa rimanere tale deve esserci una gestione rigorosa delle finanze pubbliche che purtroppo sembra, spesso, venir meno a chi governa questo Paese. 


E di gestione non troppo rigorosa di Credit Suisse si parla ancora. Anche se i fatti si riferiscono al passato, l'istituto finanziario elvetico sembra purtroppo non trovare pace. Nel suo rapporto trimestrale pubblicato qualche giorno fa la banca aveva stimato in circa 600 milioni di dollari (594 milioni di franchi) il costo legato al caso delle Bermuda che l'ha vista condannare nel processo contro l'ex primo ministro miliardario georgiano Bidzina Ivanishvili. Quest'uomo ha accusato la banca di avergli causato perdite rilevanti a causa di una cattiva gestione; la banca ha dal canto suo annunciato il ricorso, ma nel frattempo ha messo da parte la cifra prevista per il risarcimento. E dato che i guai non vengono mai da soli, leggiamo che la Francia avrebbe aperto un'inchiesta in relazione a possibili casi di evasione fiscale da parte di suoi contribuenti nel 2019 facilitati dall'istituto svizzero. E pensare che gli azionisti, senza conoscere le ultime brutte notizie, già il 29 aprile avevano negato il discarico al Consiglio di amministrazione e alla direzione per l'anno 2020. per farla facile, gli azionisti non hanno valutato positivamente il lavoro dei responsabili della banca. Non possiamo che augurare che chi prende le decisioni ritrovi la retta via e faccia tornare questa azienda a navigare in mari più tranquilli.

E di mari agitati si inizia anche a parlare da noi, visto che purtroppo anche in Svizzera: i prezzi continuano a salire. Nel nostro articolo settimanale spieghiamo quali sono i settori maggiormente toccati dagli aumenti dei prezzi, le ragioni e le possibili soluzioni. Tra le possibili soluzioni abbiamo commentato gli aumenti dei tassi di interesse decisi dalle Banche Centrali degli Stati Uniti e dell'Inghilterra. Da un punto di vista teorico questo rimedio potrebbe funzionare, anche se nasconde al suo interno dei rischi, in particolare il rallentamento dell'economia e la possibile disoccupazione. In questo caso saremmo confrontati con una situazione di stagflazione in cui abbiamo prezzi alti e mancanza di lavoro. Forse, il peggiore dei mondi. 

 

*Economista

 

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