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L'economia con Amalia
25.05.2022 - 17:450

Amalia Mirante: l'economia nel Paese dei Samurai

"Purtroppo l'aumento dei prezzi che si sta verificando anche in Giappone, dove l'indice dei prezzi al consumo è stato del 2.5% su base annuale, non è proprio positivo"

di Amalia Mirante *

La nostra sintesi dell'Economia con Amalia inizia con uno sguardo al contesto macroeconomico internazionale. Anche questa settimana i dati sull’inflazione non sono particolarmente positivi. Pure i segnali a prima vista incoraggianti devono essere contestualizzati. Vediamo i dettagli. In Germania i prezzi alla produzione sono aumentati del 33.5% su base annuale e del 2.8% su base mensile; questi ultimi sono in calo rispetto al mese precedente (+4.9%). Sembra andare meglio ai prezzi al consumo in Italia, dove si registra una riduzione dello 0.1% mensile e un aumento del 6% annuale, in riduzione dal 6.5% precedente.

In questo caso però i dati devono essere relativizzati tenendo conto delle importanti manovre fiscali che sta facendo il governo per contenere i prezzi (bonus, sconti, contributi, esenzioni fiscali...). Cosa che non sta accadendo in Gran Bretagna, nazione nella quale i prezzi vanno avanti a lievitare sia sul fronte dei consumi (9% annuale e 2.5% mensile), sia su quello della produzione (14% annuale e 2.3% mensile).

Che sia un periodo storico eccezionale, lo comprendiamo anche dal fatto che persino in Giappone si parla di inflazione. L'economia giapponese è un esempio da manuale di testo per le sue caratteristiche quasi uniche. Questa nazione ha conosciuto a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Ottanta uno sviluppo importante con tassi di crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) anche a due cifre. Ma ben presto il mancato adeguamento di questa economia, forse un po' troppo rigida nella sua struttura e nella sua amministrazione, ai meccanismi di un mercato mondiale in espansione ha mostrato i suoi limiti.

Dagli anni Novanta in effetti, il basso costo del denaro unito al grande tasso di risparmio dei giapponesi, hanno portato a una crescita media inferiore dell'1%. Se a questo aggiungiamo la concorrenza sempre crescente delle quattro tigri asiatiche (Taiwan, Singapore, Corea del Sud e Hong Kong), una cultura poco propensa all'immigrazione e bassissimi tassi di natalità, comprendiamo come le politiche economiche tradizionali non abbiano potuto rilanciare l'economia del Sol Levante. Certo, nel corso degli anni la "Abenomics", politica di rilancio attuata dal primo ministro giapponese Shinzo Abe, ha dato un po' di sollievo e soprattutto ha modificato il sentimento negativo nei confronti degli aumenti dei prezzi. Anche questa è una caratteristica particolare di questo Paese. 

Culturalmente le aziende in Giappone non erano legittimate ad aumentare i prezzi, neppure quando alla base vi era un miglioramento della qualità. Pensate che l'azienda che produce lo snack più popolare in Giappone ha aumentato il prezzo per la prima volta in 40 anni in gennaio di quest'anno. Purtroppo però l'aumento dei prezzi che si sta verificando anche in Giappone, dove l'indice dei prezzi al consumo è stato del 2.5% su base annuale, non è proprio positivo. In effetti anche in questo caso non dipende da un aumento della domanda, che potrebbe significare l'uscita dalla stagnazione economica, ma da un aumento dei costi di produzione. 


E di produzione parliamo nella prossima notizia. L'ufficio federale di statistica ha appena presentato i dati dell'andamento del settore secondario nel primo trimestre di quest'anno. Le cose sono andate abbastanza bene, anche se si iniziano a vedere tendenze differenti per i settori. La produzione industriale è aumentata rispetto ai primi tre mesi dell'anno scorso del 7.9%; positivi sono anche i dati delle cifre di affari (+11.1%). Naturalmente dobbiamo tenere conto del fatto che ci si riferisce principalmente alla situazione prima dello scoppio di questa maledetta guerra. Tuttavia, in altri settori le dinamiche iniziano a manifestare andamenti differenti. Andiamo a vedere il settore delle costruzioni. Nel suo complesso ha mostrato tra gennaio e marzo del 2022 una riduzione dello 0.5% della produzione e, nonostante questo, un aumento della cifra d'affari del 3.3% (probabilmente dovuto a una crescita dei prezzi). Ma ci sono differenze nei settori. L'edilizia è cresciuta sia nella produzione (+0.2%) sia nella cifra d'affari (+5.3%). I lavori di costruzione specializzata sono diminuiti in quantità dello 0.5%, mantenendo tuttavia una crescita negli incassi (+2.5%). Le cose invece non sono andate molto bene per le opere del genio civile che si sono ridotte sia nella produzione sia nella cifra d'affari (-3.8% e -1.9%).

Stesse dinamiche un po' controverse si verificano anche in altre nazioni. Per esempio, negli Stati Uniti gli ultimi dati sul mercato immobiliare mostrano per aprile una riduzione della vendita delle case esistenti che si era già verificata nel mese precedente. Le vendite sono scese di quasi il 6% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Anche le richieste dei mutui ipotecari e i permessi di costruzione confermano questo andamento negativo. È ancora presto per dire se il settore stia andando incontro a una crisi, tuttavia la situazione internazionale non porta un grande ottimismo e quindi non incoraggia gli investimenti delle persone, a differenza di quanto avvenuto, per esempio, con la fine dei confinamenti e dei lockdown. Almeno non negli Stati Uniti.

La situazione appare differente in Italia dove in marzo si registra per l'ottavo mese consecutivo un aumento della produzione nelle costruzioni, registrando addirittura il livello più alto dal maggio del 2011. Facciamo attenzione anche in questo caso a leggere con prudenza il dato, ricordando le ingenti somme che l'ente pubblico sta erogando attraverso il Piano Nazionale di Ripartenza e Resilienza (PNRR) e attraverso incentivi, bonus e superbonus per la costruzione e la ristrutturazione del patrimonio edilizio privato che peseranno sulle finanze pubbliche (ultimi in ordine di apparizione quello per i condizionatori e per le tende da sole...).


E di finanze pubbliche hanno parlato in questi giorni a Bruxelles o meglio della possibilità di non rispettare nemmeno per il 2023 il Patto di stabilità. Come sembrano lontani gli anni in cui eravamo abituati a vedere i poveri capi di stato italiani messi alla gogna e rimandati a casa con l'obbligo di rifare i compiti e tornare con i conti in ordine. Ricordiamo in particolare uno degli ultimi "teatrini" in cui l'allora Premier Giuseppe Conte in rappresentanza del governo gialloverde dovette supplicare accordi per pochi decimi di punti percentuali. Oltre al governo decisamente più in linea con i desideri di Bruxelles, che cosa è cambiato da allora, quando si professava una politica del pareggio di bilancio? Ricordiamo che il patto di stabilità e crescita è un accordo fondamentale sottoscritto tra i paesi membri dell'Unione europea. Questa regola prevede che ci sia una gestione delle finanze pubbliche rigorosa.

L'accordo si basa su due famosi vincoli: primo che il rapporto tra deficit (differenza tra le entrate e le spese pubbliche in un anno) e PIL non sia superiore al 3% e secondo che il rapporto tra debito (somma dei deficit e degli avanzi di un paese dalla sua nascita) e PIL non sia superiore al 60%. Sul fatto che i parametri siano stati scelti politicamente nessuno oggi ha più dubbi; in effetti, non 'è nessuna teoria o legge economica che definisca questi limiti.

Come nessuno ha più dubbi sul fatto che l'accordo debba essere ripensato e riformulato anche perché nessuno dei Paesi dell'Unione ne rispetta più il secondo vincolo (ricordiamo che l'Italia ha un rapporto debito/PIL di circa il 155%; due volte e mezzo quanto prescritto). Detto questo, formalmente l'accordo è stato sospeso nel 2020 per rispondere alla crisi legata al Coronavirus che richiedeva lo stanziamento di risorse finanziarie ingenti e quindi obbligava gli Stati di fatto a non riuscire a rispettare il Patto. La stessa decisione, sempre motivata dalle necessità di intervento contro la pandemia, è stata applicata per gli anni a seguire. Ora alcuni Stati hanno chiesto che la deroga sia applicata anche per il prossimo anno a causa della guerra in Ucraina e dell'inflazione.

 

Noi non abbiamo nulla in contrario al fatto che si rivedano accordi già pensati sbagliati e che si riconosca allo Stato il giusto grado di intervento con le politiche fiscali e monetarie. Tuttavia, ci preme ricordare che anche la gestione delle finanze pubbliche rigorose è un fattore determinante per la crescita e la stabilità di un Paese. A meno che davvero la folle idea di un debito pubblico comune che azzeri quelli nazionali non sia davvero così folle...


E di cose che in apparenza appaiono folli parliamo quando scriviamo di Nubi di stagflazione sul fronte occidentale. Folli in apparenza perché purtroppo sempre più si va verso una situazione in cui l'aumento dei prezzi è talmente elevato da causare un rallentamento della crescita economica tale da generare disoccupazione. Era dalla crisi petrolifera degli anni Settanta che non parlavamo di stagflazione, ossia della presenza contemporanea di aumento dei prezzi e aumento della disoccupazione. Speriamo di sbagliarci.

* economista

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