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14.07.2022 - 12:140
 

Eugenio Jelmini: "L’ultima partita di Sergio Ostinelli"

"Un vero gentiliuomo mi sentirei di definirlo, un collega nel quale professione e passione si sposavano in maniera perfetta"

di Eugenio Jelmini

In un’afosa domenica di inizio luglio si è spenta la voce di Sergio Ostinelli. Che ha accompagnato diverse generazioni di ticinesi con le sue cronache sportive, testimoniando imprese esaltanti e sconfitte dolorose.

L’avevo conosciuto a metà anni Settanta nei miei inizi radiofonici. E nel 1976 fummo inviati ai Giochi Olimpici di Montreal. Un’esperienza arricchente come poche e non tanto e solo per il dover seguire le gesta degli atleti rossocrociati nelle discipline più diverse, con spostamenti di decine di chilometri da una palestra al campo delle regate, dal percorso delle gare ciclistiche al villaggio olimpico alla ricerca di interviste. Senza gli ausili tecnologici attuali che permettono di connettersi da remoto. Per via del fuso orario si seguivano gli eventi quando in Europa la gente dormiva ma poi all’alba dovevamo essere pronti negli studi per commentare i riassunti proposti in televisione. Sergio non sembrava minimamente affaticato. Era rigoroso e professionale. Si preparava come un atleta, pretendendo da se e “consigliando pressantemente” al collega più giovane una dieta leggera e un numero adeguato di ore di sonno. “Per essere pronti a dare il massimo” il giorno seguente. Era un tipo riservato, lontano dalla caciara e dai pettegolezzi tipici della nostra e di altre categorie.  Un vero gentiliuomo mi sentirei di definirlo, un collega nel quale professione e passione si sposavano in maniera perfetta. Non a caso qualcuno ha parlato nel suo caso di giornalismo quale vocazione.

A metà maggio gli è stato diagnosticato un tumore al pancreas e lì si è iniziata la partita più difficile, quella che mai avrebbe voluto vivere o commentare. È stato commovente sentire al funerale i quattro figli Luisa, Nicola, Mattia e Giovanna rievocare quelle settimane con Sergio a fungere da capitano “contro un avversario temuto e spaventoso”. Eppure nessuno dei componenti della sua squadra si è tirato indietro o si è fatto scoraggiare: “eravamo come Kübi sul dischetto a Wembley”.  Sergio da uomo e papà di tante parole, in questa fase dell’esistenza ne ha scelte poche, solo quelle di cui aveva bisogno per raggiungere il cuore dei propri cari. E ci è riuscito alla grande.

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