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Oblò
12.08.2022 - 15:380
 

Zeman e la carne sotto il pisello

Eugenio Jelmini ricorda con aneddoti e memorie l'avventura in Ticino del Boemo tra 'paglie' e una cena stellata

*Di Eugenio Jelmini

Sono migliaia in Ticino gli appassionati che seguono il campionato italiano di calcio dividendosi tra le squadre più blasonate (Juventus, Inter e Milan in testa) ma nutrendo simpatie anche meno scontate: c’è chi tifa Genoa, Avellino o Crotone. Alla vigilia della nuova stagione il quotidiano “Libero” ha intervistato Zdenek Zeman che a 75 anni suonati, pur dichiarandosi “ormai fuori dal calcio che conta” non le manda a dire, come sua abitudine.

Per uno che ama lo sport puro, mai schiavo del business, fatto di divertimento ma anche di lavoro estremo, l’andazzo attuale è fonte di sofferenza. “Vedo alcune squadre, anche top, che si allenano poco. I giocatori sono stanchi dopo due corsette, si mettono le mani ai fianchi. In Inghilterra corrono il doppio e si allenano meglio”.

Ho conosciuto l’allenatore boemo nel 2015. Al momento della promozione del Lugano in Super League Angelo Renzetti, proprietario del club e grande amico, mi confidò che il suo sogno era portare Zeman in panchina. Sorrisi come di fronte a un’utopia e la stessa cosa feci a metà giugno quando mi disse che ci sarebbe stato un incontro a Roma. Come sia andata è noto. Qualche settimana dopo mi ritrovai negli uffici del presidente di fronte al tecnico boemo per la firma del contratto. Nel
momento cruciale mi squillò il telefono, la mia suoneria allora era l’inno della Juve e Zeman commentò: “cominciamo bene”.

Fu l’inizio di una stagione intensa sul piano umano e sportivo. Ci incontravamo quotidianamente al campo e abbiamo condiviso tutte le trasferte. Quante volte ho dovuto cercarlo nelle docce o negli antri degli stadi dove si rifugiava per accendersi l’ennesima sigaretta, lontano dai rilevatori del fumo. E’ un uomo da almeno sessanta “paglie” e negli alberghi succedeva di vederlo alla finestra all’alba, in pieno inverno, con in bocca una Malboro. E quando, dopo averlo accompagnato a una visita di controllo al Cardiocentro, gli chiesi perché mai non avesse confessato i suoi eccessi mi rispose con la solita flemma: “mi hanno chiesto se fumo un pacchetto al giorno non quanti ne fumo”. Era piacevole starlo ad ascoltare quando ricordava il passato da allenatore.

Ad esempio la sua breve esperienza in Turchia. “Mi avevano affiancato un interprete. Io parlavo alla squadra un minuto e quello traduceva per un quarto d’ora. Non ho mai capito cosa dicesse ai giocatori”. Di aneddoti ne potrei raccontare a bizzeffe. A un calciatore, attivo ancora oggi in Prima Lega, innamorato dei dribbling sulla fascia, dopo un’amichevole disse: “lo scopo del calcio non è conquistare la bandierina del calcio d’angolo ma tirare in porta”. A un sudamericano che dopo gli ennesimi famosi giri di pista crollò a terra sfinito chiese beffardo: “credevi di essere in un Club Méditerranée?”.

Una sera, appena giunto in Ticino, lo portammo a cena in un ristorante stellato. Al termine se ne uscì con una frase memorabile: “è stato tutto buono ma ai piatti dove la carne è nascosta sotto a un pisello preferisco di gran lunga una bella amatriciana”.

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