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Eugenio Jelmini: “I resti del bisnonno nel caffè”
Un recente studio fa luce sulla fine che fecero le ossa delle decine di migliaia di soldati caduti nella battaglia di Waterloo, usate in modo massiccio dall’industria saccarifera belga come filtri per raffinare e sbiancare lo zucchero

di Eugenio Jelmini

 

A oltre un anno di distanza dalle celebrazioni per il bicentenario della morte si torna a parlare di Napoleone Bonaparte che diede il “mortal sospiro” come scrisse Manzoni, su una sperduta isola dell’Atlantico meridionale dov’era stato esiliato dopo la sconfitta di Watrloo. Proprio l’ultima decisiva battaglia è al centro di uno studio presentato di recente e che fa definitiva luce sulla fine che fecero le ossa delle decine di migliaia di soldati caduti quel giorno. E che indirettamente riporta in auge quello che Ernesto Ferrero - autore di “N.” romanzo sugli ultimi anni di vita di Napoleone a S. Elena - definisce ”personaggio poliedrico, fuori misura, caratterizzato da enormi contraddizioni. Un po’ dr. Jekyll e mister Hyde, da una parte genio organizzativo, costruttore dello Stato francese, avveduto curatore di tutti i dettagli per far funzionare bene l’impero. Dall’altra conquistatore quasi bulimico. Auspica un governo unico per l’intero genere umano.”

Sulla piana belga di Waterloo le armate anglo-prussiane del Duca di Wellington e del maresciallo von Blücher ebbero la meglio sull’esercito di Napoleone. Fu una delle più sanguinose battaglie della storia con un bilancio di 25.000 morti francesi, 20.000 inglesi e 4.000 prussiani. Il tutto sull’arco di una decina di ore, con il famoso grido di Napoleone “La Garde recule”, la guardia si ritira, che faceva riferimento alla messa in fuga dell’imbattibile Vecchia Guardia di Cambronne e all’inesorabile sconfitta.

Le ricerche di alcuni archeologi hanno permesso di confermare che dei caduti rimane ben poco. Tra il 1834 e il 1860 le ossa dei cavalli prima e quelle dei soldati in seguito vennero riesumate, macinate e carbonizzate, per essere usate in modo massiccio dall’industria saccarifera belga come filtri per raffinare e sbiancare lo zucchero. Una pratica nota all’epoca tant’è vero che un viaggiatore tedesco, dopo una visita in quei luoghi, aveva ironicamente scritto sul Pragrer Tagesblatt: “Usare il miele come dolcificante vi eviterà il rischio di sciogliere nel caffè i resti di vostro bisnonno”.

Chiarito anche l’ultimo mistero, Napoleone può finalmente riposare in pace. Alla sua morte un capitano di artiglieria disse: “Fu un genio straordinario. Da cittadino lo biasimo, da francese lo rispetto, da uomo lo compiango, da soldato lo piango”.

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