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18.08.2022 - 16:400

Brenno Martignoni: La misteriosa morte di Giangiacomo Feltrinelli, l’editore che sognava di cambiare il mondo con la letteratura

Fondatore della casa editrice che porta il suo nome e militante nei Gruppi d’Azione Partigiana. Personagggio scomodo, sorvegliato speciale dei servizi segreti. Intellettuale senza frontiere, ogni libro era territorio di missioni culturali e politiche

di Brenno Martignoni Polti

 

Mercoledì 15 marzo 1972. Idi di cesariana memoria. Alba. Segrate. Area metropolitana milanese. Sotto un traliccio ENEL. Dell’alta tensione. Un corpo. A trovarlo. Luigi Stringhetti. Contadino. A passeggio col suo cane. Twist. Un meticcio. Giungono i carabinieri. Poi. Luigi Calabresi. Il commissario. Morirà due mesi e qualche giorno più tardi. Ucciso. Il 17 maggio 1972. Tornando al graticcio. Quel mattino. Sull’uomo, documenti che attestano tale Vincenzo Maggioni. Falsi però. Lui, in realtà, è Giangiacomo Feltrinelli. Detto “il Giangi”. Osvaldo. In battaglia. Gruppo di Combattimento Legnano. Nucleo del ricostituito Regio esercito. A fianco degli Alleati. A riconoscerlo, all’obitorio, l’ex moglie. Inge Schönthal. Sposata, in terze nozze, in Messico, nel 1959. Il decesso. Statuito, per il 14 marzo 1972.

Avrebbe compiuto 46 anni il 19 giugno. Nato nel 1926. Di famiglia aristocratica. Tra le più facoltose della storia. Aveva ereditato il titolo nobiliare di Marchese di Gargnano. Cugino, per parte materna, dell'attrice Cecilia Sacchi. Moglie di Vittorio Mezzogiorno. Madre di Giovanna. Editore e attivista. Nel 1970 promuove i GAP. Gruppi d’Azione Partigiana. Gli anni di piombo. A riportare la rivoluzione, soffocata nel 1946, da Palmiro Togliatti. Ci separano più di cinquant’anni anni. Eppure, è ancora mistero se assassinio o fatalità. Nella ricostruzione ufficiale. Feltrinelli arrivò alle porte di Milano con un furgone con due compagni. Con sé. Trecento milioni di lire. Avrebbero dovuto essere consegnate  a “Il Manifesto”.  Quei soldi non saranno però mai trovati. L’amico ed ex partigiano Giambattista Lazagna sapeva che Feltrinelli temeva per l’incolumità. “A uccidermi sarà il Mossad”. Gli avrebbe confidato. Per altri, invece, di mezzo, la Cia. Con i servizi segreti italiani. Solo Camilla Cederna ed Eugenio Scalfari, da subito, mirarono all’omicidio.

Cambiare il mondo. Combattere le ingiustizie. Ciò spinse Giangiacomo Feltrinelli, nel 1954, a creare la sua casa editrice a Milano. Un’inedita figura di imprenditore. Motivava l'iniziativa commerciale con visioni critiche. Tutt’uno con l’impegno civile. In prima persona. Variegati i percorsi, finanche avventurosi. Intrisi di ideali. Giustizia e libertà. In primis. Uscite vulcaniche.

Autori del Terzo Mondo. Letteratura impegnata. Romanzi. Alee da scandalo. Henry Miller. Due capolavori. “Il dottor Zivago" di Boris Pasternak. Vietato in Urss. Siccome giudicato antisovietico. “Il Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa. America latina. Fidel Castro. Nel 1968 gli affidò il “Diario di Bolivia” di Ernesto Che Guevara. L’edizione italiana. Prima traduzione mondiale. Con gli attivisti sardi, cerca di coronare un sogno. Rendere l’isola, la Cuba del Mediterraneo. Senza padroni. Fornì la sua personale lettura dell’attentato di Piazza Fontana (12 dicembre 1969). Asserendo che dietro ci fosse lo Stato. Posizioni forti. Fino a costargli  la tragica fine. Forse. Strabiliante. Nel 2002, nel trentennale della scomparsa, la solenne celebrazione di Zurigo. Città di estrazione borghese. Notori i suoi rapporti con Friedrich Dürrenmatt e con Max Frisch. A riprova che, per lui, ogni libro era territorio di missioni culturali e politiche. Intellettuale senza frontiere. A tutto tondo.

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