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12.09.2022 - 08:360

Carlo Alberto Dalla Chiesa, cronaca di una morte annunciata. Quarant'anni fa l’omicidio dell’”uomo solo”

Inviato a Palermo come superprefetto per combattere Cosa nostra, fu assassinato il 3 settembre 1982 dopo soli cento giorni, insieme alla moglie e ad un agente della scorta. Assediato dalla mafia, lasciato senza i poteri che aveva reclamato

di Brenno Martignoni Polti

 

Morte annunciata. Istituzionale. Di servitore della Repubblica. Pesanti come macigni. Le parole dell’omelia del cardinale Salvatore Pappalardo. Al funerale del Generale. Carlo Alberto dalla Chiesa. Ricordando, in particolare, un passo. Di Tito Livio. “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. “Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici (…) e questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo!”. Atto di pubblica accusa. Mirato. Verso i rappresentanti dello Stato. In piena stagione di delitti eccellenti. Il sommo prelato. Ancora lui medesimo. Dopo un decennio, il 25 maggio 1992, a celebrare ulteriori vittime. Di altra strage. L’estremo saluto. A Giovanni Falcone. Alla consorte Francesca Morvillo. Ai tre agenti della scorta. Come dire che il tempo non è stato galantuomo. Nell’impedire queste logiche criminali. Perpetuando dinamiche inguaribili. Quel giorno di esequie, il 4 settembre 1982, nella chiesa palermitana di San Domenico. Furono in molti a reagire. In massiccia folla a inveire contro i politici in prima fila. Tacciati di averlo lasciato solo. Carlo Alberto dalla Chiesa. Assembramenti. Tensioni alle stelle. Autorità nel mirino del giudizio popolare. Lanci di monetine. Vilipendi. Sul filo delle vie di fatto. A scamparla. Soltanto Sandro Pertini. Presidente della Repubblica. Assolto al valore. Rita dalla Chiesa. Costernata primogenita. Pretese immediata rimozione dal feretro del padre delle corone di fiori della Regione Sicilia. Volle, invece, tricolore, sciabola, berretto dell’uniforme. Con le insegne. Sciarpa compresa. Da sempre, parte del papà. Il 30 aprile 1982, inviato a Palermo come super prefetto. Era appena stato ucciso Pio La Torre. E dalla Chiesa intendeva colpire la struttura militare di Cosa Nostra. Spezzare il sistema di collusioni tra mafia e politica. Nel capoluogo siciliano, dopo cento giorni, viene però fermato. Per sempre. In via Isidoro Carini. All’uscita della Prefettura. Un commando mafioso fa fuoco con un Kalashnikov ak-47. Senza scampo pure la moglie. Emanuela Setti Carraro. Neanche Domenico Russo viene risparmiato. L’agente che li seguiva a bordo di un'Alfetta. Martire. Figura simbolo della lotta alla criminalità organizzata. Difensore dello Stato. Integerrimo. Entrato nell’Arma in pieno secondo conflitto mondiale. Attivo nella Resistenza. Nel dopoguerra, si era distinto nella lotta al banditismo. Campania. Sicilia. Gaspare Pisciotta. Salvatore Giuliano. A Torino, dal 1973 al 1977, contro le Brigate Rosse. Le sue indagini porteranno all'arresto di Renato Curcio e di Alberto Franceschini. Sua, la proposta del “Nucleo Speciale Antiterrorismo”.  Realtà dal 1974 al 1976.  A quarant’anni dalla strage. Tra domande ancora aperte. Verità avvoltolate nell’omertà. Più di tutti. Ci fanno da guida, forse, i suoi sfoghi in vita. Lucidi e consapevoli. Senza fronzoli. Assediato da nemici senza quartiere. Circondato da ostilità diffuse. Lasciato senza i poteri che aveva reclamato. “Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì!”. Visioni cristalline. Lapidarie. Di chi non le manda a dire. “Un uomo delle istituzioni viene colpito quando è diventato troppo pericoloso, ma si può uccidere perché è isolato". Onestà. Da scolpire nelle memorie. Individuali. Di comunità

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