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30.03.2023 - 11:380

Niccolò Salvioni: “I limiti delle democrazie nel gestire le emergenze”

"Gli Stati fanno sempre più fatica ad affrontare con schemi classici le emergenze che sempre più spesso si pongono oggi. Le democrazie occidentali paradossalmente adottano gli stessi principi della dittatura che affermano di combattere"

di Niccolò Salvioni *

Dopo l’emergenza Covid, seguita dall’emergenza del conflitto russo-ucraino, il Consiglio federale svizzero governa sempre di più quasi istantaneamente attraverso la magia di chirurgiche ordinanze elettroniche esecutive, eventualmente approvate solo in un secondo momento dal Parlamento con l’adozione della necessaria base legale.

L’inadeguatezza del diritto formale a risolvere rapidamente i sempre più numerosi e complessi problemi straordinari sanitari, sociali e ora anche economici, internazionali, quando questi diventano politici, spinge il governo e la sua amministrazione a essere sempre più creativi nell’attuare soluzioni che a volte limitano, tolgono i diritti classici o anche formano dei diritti preformali in deroga dei principi basilari dello Stato di diritto.

L’assenza di un numero sempre maggiore di anelli di regolamentazione in settori emergenti tecnologici, finanziari, internazionali, dalle dimensioni e possibili rischi di retro-fiamma sempre maggiori, rendono ancora più difficile, per la politica e i politici tradizionali, orientarsi e sapere orientare il pubblico e i cittadini dello Stato.

Tale incertezza del diritto determina incertezze dell’economia. Gli Stati, governati dalla trias democratica (legislativo - esecutivo – giudiziario) e dal relativo principio della separazione dei poteri, fanno sempre più fatica ad affrontare con schemi classici le emergenze che si pongono oggi, con sempre maggiore frequenza.

La procedura democratica si sta spostando verso una fase decisionista esecutiva, lasciando al legislativo - e per esso alle commissioni specializzate rappresentate da tutti i partiti - il ruolo di consulente preventivo (o a posteriori) gregario, garante dell’appoggio successivo del parlamento al governo.

A seguito della dimensione dei problemi e della fragilità di una “economia immediata” determinata dalla sempre più istantanea e fitta rete di comunicazioni sociali - quasi planetaria -, questi, come rapidamente si pongono, altrettanto rapidamente necessitano di soluzioni. Soluzioni che la trias politica classica non è più, sempre, in grado di offrire. E comunque non alla velocità che le contingenze esigono.

Anche la democrazia elvetica, come altre, si trova sbilanciata dall’applicazione di metodologie operative emergenziali, a favore del potere esecutivo. Il valore di queste misure è direttamente proporzionale al valore dell’esecutivo, come persone e come statisti, possibilmente dotate di poteri divinatori.

Il potere giudiziario purtroppo, sovente, è incapace di risolvere taluni problemi, o per assenza di mezzi o di risorse adeguate. Comunque, le sue soluzioni vengono fornite spesso unicamente a posteriori, non anticipatamente. Certi eventi, se lasciati scatenare liberamente sulla base dei principi normali dello Stato di diritto, possono generare danni sociali ed economici incommensurabili, non sanabili dalla giustizia, spesso anche poiché alla base delle relative decisioni politiche, vi sono ragioni d'interesse di Stato. Le priorità politiche e le risorse impegnate dal Governo, sovente non si rispecchiano in quelle da esso attribuite alla giustizia.

Dunque, quanto si avverte anche nella storica, democratica, Svizzera, denota una certa crisi del modello democratico occidentale basato su mono-sistemi nazionali di Stato di diritto. Quest’ultimo, anche e in particolare a seguito delle sue tempistiche lente, sembra rivelarsi sempre meno idoneo per fare fronte alle intermittenti ondate di straordinarie crisi intersistemiche internazionali.

La crisi economica occidentale attuale trova probabilmente la sua origine principale nella profonda frattura esistente da oltre un anno tra l’area d'influenza europea e quella russa a seguito dell’incancrenito conflitto ucraino-russo. La nuova cortina di ferro politico-economica istituita lungo confini d’Europa, con il prevedibile progressivo spostamento dell’asse economico del continente russo verso l’Asia, ha portato l’Europa a negare, lungo i suoi confini orientali, i suoi stessi propositi iniziali: stimolare la pace mediante lo sviluppo del lavoro e dell’economia. Nei confronti dell’Eurasia ha adottato e continua a inasprire un paradigma opposto: cercare la pace mediante la continuazione del conflitto e lo sviluppo dell’economia di guerra.

L’Europa stessa, a seguito della impostazione esecutiva della Commissione Europea, ha lanciato il Continente europeo - e indirettamente la Svizzera -, su un “sentiero fiorito”, indebolendo così al contempo le proprie economie e, così facendo, le prospettive di pace e di sicurezza interna. Una dinamica distruttiva che purtroppo non si intravede quale statista europeo riuscirà a invertire.

E pensare che, nel 1954, a Venezia, il sindaco di Locarno con quelli di Norimberga, Nizza, Bruges e Venezia stessa avevano stretto un gemellaggio di fratellanza dal basso, tra città libere, affinché gli orrori di cui si erano dimostrati capaci gli Stati più non avessero a verificarsi, impegnandosi ad “unire i nostri sforzi per contribuire, con tutti i mezzi a nostra disposizione, al successo di questa necessaria opera di pace e prosperità e all’unità europea.”

Quanto è corta, la memoria dell’uomo.

Le democrazie occidentali, anche quelle sovranazionali, si stanno, ancora una volta, progressivamente e sempre più orientando verso una forma di primato emergenziale dell’esecutivo. Per contrastare quanto considerato dittatura, esse stesse iniziano ad adottare gli stessi principi di eccezionalità.

Nel complesso, le democrazie occidentali stanno paradossalmente adottando gli stessi principi della dittatura contro cui affermano di combattere, pur presentandosi come difensori della democrazia e della libertà.

 
* Avvocato

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