“Il sistema rischia di logorarsi. È necessario un sostanziale cambio di approccio da parte del DECS, fondato su un dialogo reale e non su un ascolto meramente di facciata. La scuola non ha bisogno di navigare a vista, ha bisogno di una guida”

di Giuseppe Cotti *
La scuola ticinese è attraversata da una molteplicità di tensioni. L’elenco dei temi aperti – che proporrò tra poco, in modo non esaustivo – è talmente ampio da rendere necessario un messaggio politico chiaro: senza una leadership politica forte e una guida tecnica autorevole, il sistema rischia di logorarsi.
Un primo nodo riguarda la formazione dei docenti al DFA. Da anni è segnalato lo scollamento tra il numero di abilitazioni rilasciate e i posti di lavoro effettivamente disponibili, con il rischio concreto di formare più insegnanti di quanti il sistema scolastico possa assorbire. Questa situazione genera precarietà, frustrazione e dispersione di competenze e rende urgente ripensare modelli più aderenti alla realtà. In particolare, una formazione "en emploi", più legata alla pratica professionale e ai fabbisogni reali delle scuole. Sarebbe opportuno guardare all’esperienza della scuola universitaria per la formazione professionale: un modello già funzionante, che consentirebbe di evitare inutili sperimentazioni, favorire sinergie istituzionali e, non da ultimo, ridurre i costi.
Un secondo fronte critico riguarda il liceo e si articola su due livelli. Da un lato, la riforma del piano di studi liceali – prevista entro il 2028 – solleva interrogativi rilevanti su tempi, obiettivi e modalità di attuazione. Finora prevale l’impressione di una conduzione fragile, che fatica a trasmettere sicurezza e fiducia e rafforza la percezione di una governance incerta, più reattiva che strategica. Dall’altro lato, vi è il tema della licealizzazione eccessiva. Continuare a spingere un numero crescente di allievi verso il liceo, senza un orientamento precoce e realistico e senza una reale valorizzazione dei percorsi professionali, significa alimentare squilibri strutturali nel sistema formativo. Rafforzare e valorizzare l’apprendistato come scelta formativa qualificante non rappresenta una concessione culturale, bensì una necessità educativa ed economica. Anche su questo terreno, in assenza di una direzione politica chiara, il rischio è quello di forzare ulteriormente il sistema oltre il suo punto di equilibrio.
Il tema del digitale e degli smartphone è un altro esempio dell’assenza di una direzione chiara. All’estero e in diversi Cantoni svizzeri sono già stati adottati introdotti divieti o regole restrittive; in Ticino la questione è finita al centro dell’agenda politica solo grazie a un’iniziativa popolare. Non si tratta di fare moralismo, ma di governare il contesto educativo per restituire attenzione, clima di classe, equità e tutela degli allievi grazie a decisioni chiare e coerenti.
Al di là di questi tre esempi, il fronte di gran lunga più delicato e controverso riguarda l’idea stessa della "scuola inclusiva". Sempre più Cantoni della Svizzera interna stanno rivedendo in modo esplicito il modello dell’inclusione a oltranza, introducendo o rafforzando forme di separazione pedagogica mirata e di sostegno strutturato, nella convinzione che l’inclusione generalizzata non sia praticabile in assenza di risorse adeguate e di strumenti differenziati. Il rischio, procedendo con ostinazione, è quello di dar vita a una scuola formalmente inclusiva ma sostanzialmente difficile da governare, con un’eccessiva presenza di attori in classe, docenti sotto pressione e allievi – tutti – penalizzati.
È significativo che persino l’Associazione mantello degli insegnanti svizzeri, attraverso la sua presidente Dagmar Rösler, abbia ammesso che il modello attuale si avvicina ai propri limiti strutturali e richiederà una ricalibrazione per poter restare sostenibile.
In questo contesto si inserisce il dibattito sull’iper-medicalizzazione della società, che investe anche il mondo scolastico. L’Osservatorio svizzero della salute (Obsan) indica che le prescrizioni di farmaci per l’ADHS sono quasi raddoppiate in quattro anni, al punto che sempre più specialisti parlano apertamente di diagnosi "figlie di una moda". Senza mettere in discussione l’utilità dei trattamenti quando clinicamente indicati – e ricordando che il Ticino qui si è dimostrato, per fortuna e in controtendenza nazionale, molto prudente – è importante che la scuola si interroghi su questo fenomeno. Valorizzare la funzione educativa significa anche saper distinguere tra difficoltà educative e reali patologie, attraverso un ambiente adeguato, richieste di prestazione proporzionate e un’organizzazione equilibrata.
Mettendo insieme questi elementi – e molti altri – il messaggio è chiaro: i problemi della scuola ticinese non sono inventati né episodici, ma strutturali. Proprio per questo non possono essere affrontati con aggiustamenti tecnici, soluzioni tampone o rinvii continui.
Dobbiamo tutti riconoscere la complessità dei compiti del sistema scolastico e, proprio a partire da questa complessità, costruire una leadership politica più forte, capace di fissare priorità, assumersi responsabilità e dare una direzione coerente al sistema.
Questo richiede anche il sostegno di una leadership tecnica autorevole, chiamata ad attuare lealmente gli indirizzi della politica, senza sostituirvisi. Perché questo obiettivo non rimanga sulla carta, è necessario un sostanziale cambio di
approccio da parte del DECS, fondato su un dialogo reale e non su un ascolto meramente di facciata.
La scuola non ha bisogno di navigare a vista. Ha bisogno di una guida.
*deputato in Granconsiglio - Il Centro