TRIBUNA LIBERA
Incendi in Val d'Ossola, serve un patto tra Ticino, Piemonte e Lombardia
Niccolò Salvioni: "Mentre i Canadair italiani decollano dal Lago Maggiore e gli elicotteri lavorano sui versanti impervi, le fiamme avanzano a pochi metri dal confine..."

di Niccolò Salvioni *

Negli ultimi giorni i roghi che stanno devastando l’Ossola hanno reso visibile a tutti una verità scomoda: il fuoco non conosce confini, ma le nostre regole sì. Mentre i Canadair italiani decollano dal Lago Maggiore e gli elicotteri lavorano sui versanti impervi, le fiamme corrono a pochi metri dal Canton Ticino, in un contesto climatico che rende questi scenari destinati a ripetersi.

Dal caldo storico agli incendi sull’arco sud-alpino

MeteoSvizzera ha definito l’ondata di caldo della seconda metà di giugno 2026 “di proporzioni storiche”: dieci giorni di temperature eccezionali, nuovi record fino a 39 gradi a Basilea e una serie di giornate tropicali anche a Lugano. Il dato più importante è che un’ondata così intensa è arrivata in giugno, prima del periodo climatologicamente più caldo: le condizioni favorevoli agli incendi si anticipano e si allungano, aprendo finestre di pericolo molto più ampie per boschi e prati secchi sull’arco sud-alpino.

Con un riscaldamento globale attuale di circa 1,4 gradi, MeteoSvizzera ricorda che minime notturne così elevate sono oggi cento volte più probabili di vent’anni fa, e massime diurne simili dieci volte più probabili. Se il trend continua, scenari come quelli di questi giorni in Ossola diventeranno sempre meno eccezionali e sempre più parte di una “nuova normalità” anche per Ticino e regioni limitrofe.

Il Sud delle Alpi si “mediterranizza”

Storicamente, al Sud delle Alpi il picco degli incendi cade tra febbraio e aprile: fine inverno, sottobosco secco dopo lo scioglimento della neve, favonio forte e attività all’aperto proprio nel momento di massima predisposizione del bosco al fuoco. In passato si poteva quasi dire che l’“inverno delle foreste” proteggesse la stagione calda; oggi non è più così.

Gli studi mostrano che i cambiamenti climatici stanno facendo aumentare soprattutto frequenza e intensità degli incendi estivi: siccità prolungata, ondate di caldo e fulmini rendono critico non solo il passaggio invernale, ma ormai tutta la bella stagione. In pratica, ci stiamo “mediterranizzando” anche per quanto riguarda gli incendi: ciò che associavamo alla Grecia o alla Spagna – estati con roghi ripetuti e fronti di fuoco estesi – inizia a riguardare anche l’arco alpino meridionale.

Ticino e Italia: due modelli per la lotta aerea

In questo contesto, vale la pena ricordare che Ticino e Italia affrontano gli incendi di bosco con modelli istituzionali diversi.

In Ticino la lotta aerea si basa in primo luogo su convenzioni con ditte di elitrasporto: la Convenzione per la lotta contro gli incendi, gli inquinamenti e i danni della natura “mediante elicotteri”, adottata nell’ottobre 2004, integra operatori privati nella strategia cantonale, con indennizzi predefiniti per gli interventi e compensi di prontezza annuale. In caso di incendio boschivo sui pendii, il Cantone mobilita pompieri, Sezione forestale ed elicotteri privati convenzionati; gli elicotteri dell’esercito federale intervengono come risorsa di rinforzo quando la capacità privata non basta o servono compiti specifici.

In Italia, al contrario, la legge quadro sugli incendi boschivi attribuisce alle Regioni la gestione da terra e con mezzi propri, mentre la flotta aerea antincendio di Stato – circa 18 Canadair CL-415 e decine di elicotteri, per oltre 70 mezzi complessivi – è coordinata dal Centro Operativo Aereo Unificato (COAU) della Protezione Civile. I velivoli sono di proprietà pubblica (Vigili del Fuoco, Forze Armate, altre amministrazioni) e operano in un servizio centralizzato, con società di lavoro aereo come Avincis incaricate della gestione tecnica.

Due approcci diversi, che oggi si incontrano sopra le nostre teste quando Canadair italiani e elicotteri ticinesi lavorano sulle stesse montagne.

Alla luce di questa differenza, non è tabù chiedersi se, accanto alle convenzioni con le ditte private, il Cantone Ticino e la Confederazione non dovrebbero valutare l’acquisto diretto di uno o due velivoli antincendio dedicati quali aereo anfibio tipo Canadair da circa 6’000 litri o Air Tractor da circa 3’000 litri, basati strategicamente sul Lago Maggiore o sul Ceresio.

Una dotazione minima propria, integrata nel sistema ticinese e federale, permetterebbe di ridurre la dipendenza dai soli mezzi italiani nelle fasi in cui i fronti di fuoco diventano più estesi, mantenendo comunque la cooperazione transfrontaliera come pilastro e non come optional.

Una cooperazione che va oltre l’emergenza

La Convenzione italo-svizzera del 2 maggio 1995 sui rischi maggiori e le catastrofi prevede già l’assistenza reciproca e stabilisce, all’articolo 11, che gli interventi effettuati nel suo quadro siano a titolo gratuito, senza costi per la parte che chiede aiuto. È un principio forte, che funziona bene per missioni rapide: un elicottero ticinese nei primi minuti, un Canadair italiano per qualche ora.

Ma gli incendi del VCO 2026 – nove-dieci giorni di fronte attivo, sette Canadair e cinque elicotteri in volo contemporaneamente, 600 ettari bruciati in 24 ore – mostrano scenari diversi: mobilitazioni lunghe, costose, che rischiano di diventare più frequenti con il clima che cambia. Se vogliamo che la solidarietà transfrontaliera resti sostenibile, è ragionevole chiedersi come aggiornare regole pensate trent’anni fa.

Il punto non è solo “chi paga”, ma come evitare che il confine politico diventi un freno nei minuti decisivi. Formalizzare “zone di cooperazione prioritaria” (Val Vigezzo–Centovalli, Val Grande–Onsernone, Val Formazza–Val Bedretto), introdurre protocolli di pre-autorizzazione per elicotteri e Canadair e definire soglie condivise per l’attivazione dei mezzi italiani sul lato svizzero sono passi concreti che si possono immaginare già oggi.

Guardando avanti: UCPM, rescEU e ruolo della Svizzera

Sul piano europeo, il Meccanismo unionale di protezione civile (UCPM) e la riserva rescEU – con flotte di aerei antincendio finanziati integralmente dall’UE – mostrano come la solidarietà possa essere organizzata su larga scala, con regole chiare di cofinanziamento dei costi operativi per i mezzi nazionali. La Svizzera non ha ancora aderito formalmente all’UCPM, ma il Parlamento ha incaricato il Consiglio federale di preparare la candidatura e la Confederazione partecipa già a esercitazioni del Meccanismo, come CH-MODEX26 prevista nell’ottobre 2026.

La domanda, per noi ticinesi, è semplice e politica: vogliamo restare spettatori di queste evoluzioni o vogliamo proporre, proprio a partire dai roghi dell’Ossola, un modello di cooperazione transfrontaliera che integri meglio prevenzione, risposta iniziale e grandi mezzi aerei, con regole aggiornate su sicurezza e costi?

Se il fuoco non conosce confini, neppure le nostre politiche climatiche, forestali e di protezione civile possono permettersi di restare chiuse entro quelli amministrativi.
 

* avvocato e analista politico-istituzionale, già capodicastero Sicurezza della Città di Locarno

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