Roberto Caruso scrive una lettera aperta alla Consigliera di Stato: "L’obbligo di segnalare è l’ammissione che parlare non è affatto scontato. Si può imporre una segnalazione, ma non la fiducia"

Direttrice Carobbio,
immagini per un momento di essere un’insegnante e di entrare nella sua aula. Che cosa vede? Prima i banchi, poi la lavagna, poi gli studenti, poi le finestre? Come se la realtà fosse una collezione di oggetti che la sua mente mette poi insieme? In quell’aula, lei si trova immediatamente in un mondo che conosce e abita. Ogni cosa rimanda alle altre e acquista senso dentro una totalità di relazioni, significati e possibilità.
Ho ascoltato con stupore le sue parole sui protocolli relativi ai comportamenti inopportuni nelle scuole. Lei ha detto che «in generale funzionano» e ha annunciato un loro ulteriore rafforzamento. Prima del protocollo c’è una scuola. Una scuola che non è la somma di procedure, direttive e obblighi. È fatta di relazioni, gerarchie, fiducia. Di cose che si dicono e altre che restano sottovoce. È qui che nasce — o non nasce — una segnalazione. Perché una segnalazione non cade dal cielo pronta per la procedura. Qualcuno deve vedere qualcosa, interrogarsi, trovare qualcuno disposto ad ascoltare.
Lo scorso aprile, proprio riflettendo sul caso di Giubiasco, scrivevo che «i protocolli intervengono quando un problema è già stato nominato. La prevenzione reale si gioca prima». Quattro mesi dopo, quella riflessione è ancora più urgente. Un docente ticinese che vede qualcosa che non lo convince sente davvero di poter parlare? Non le chiedo se esiste una direttiva, un canale o un obbligo. Le chiedo se il contesto gli permette davvero di farlo.
Si può avere il diritto di parlare e pensare che sia meglio tacere. Si può avere persino l’obbligo di segnalare e temerne le conseguenze. Perché la disponibilità a parlare dipende anche da ciò che accade dopo. Se una segnalazione viene ignorata, non si scoraggia soltanto chi l’ha fatta. Anche gli altri imparano che parlare non serve. È così che il suo Dipartimento finisce per insegnare il silenzio.
L’obbligo di segnalare è l’ammissione che parlare non è affatto scontato. Si può imporre una segnalazione, ma non la fiducia. Si può stabilire a chi rivolgersi, ma non ordinare a qualcuno di sentirsi ascoltato. Si può obbligare a parlare, ma non eliminare per decreto la paura delle conseguenze. I protocolli possono anche funzionare perfettamente. Ma entrano in gioco soltanto dopo che qualcuno ha parlato.
La domanda è: come sa se le persone parleranno? Come misura la fiducia dei docenti nelle direzioni e nel Dipartimento? Come verifica se chi solleva un problema si sente protetto e ascoltato? Come distingue una scuola nella quale non arrivano segnalazioni perché non ci sono problemi da una nella quale non arrivano perché parlare è percepito come rischioso? In altre parole: come può conoscere ciò che il proprio contesto impedisce di dirle?
E se parlare espone, o non trova ascolto, alla fine si impara a tacere. Lei può rafforzare tutti i protocolli che vuole, ma potranno agire soltanto su ciò che riesce a emergere e a essere ascoltato. Il resto rimarrà fuori. La cultura dell’ascolto viene prima.
Roberto Caruso, docente