Il deputato del Centro: " Dirigere significa anche valutare ciò che accade, intervenire quando necessario e assumersi la responsabilità delle decisioni prese – o non prese"

di Giuseppe Cotti *
Interpellata da Ticinonews a margine delle ultime indiscrezioni sull’inchiesta che coinvolge un docente delle scuole medie di Giubiasco, la direttrice del DECS Marina Carobbio ha affermato che i protocolli sui comportamenti inopportuni «in generale funzionano», annunciandone nel contempo un ulteriore rafforzamento.
Sul caso concreto è doveroso attendere gli accertamenti. Ma le dichiarazioni della direttrice del DECS sollevano una questione che va ben oltre questa vicenda.
Davvero, ogni volta che emerge un problema, la risposta deve essere un nuovo protocollo o il rafforzamento di quello esistente?
Le regole ci sono già. Ci sono quelle amministrative, che disciplinano doveri, competenze e responsabilità all’interno dell’amministrazione e della scuola. E ci sono quelle penali, quando un comportamento supera determinate soglie. Esistono gerarchie, strumenti d’intervento e responsabilità precise.
Il problema, allora, non può essere affrontato semplicemente aggiungendo nuove regole alle regole.
Se, come afferma Carobbio, i protocolli esistenti «in generale funzionano», prima di annunciarne il rafforzamento sarebbe forse più utile chiedersi come abbiano funzionato concretamente: chi sapeva, chi ha ricevuto eventuali segnalazioni, chi doveva valutarle, chi poteva intervenire e quali decisioni siano state prese.
Perché un protocollo non ascolta, non valuta e non decide. Lo fanno le persone.
Ed è qui che il protocollo rischia di trasformarsi in una trincea amministrativa: quando qualcosa non funziona, invece di individuare eventuali responsabilità, si interviene sulla procedura. Si aggiunge un passaggio, si precisa una direttiva, si rafforza un meccanismo. Il sistema viene corretto e la responsabilità rischia di dissolversi nel sistema stesso.
Più si moltiplicano procedure, passaggi e livelli d’intervento, più diventa facile che ciascuno abbia formalmente fatto la propria parte e che, alla fine, nessuno risponda davvero del risultato.
E questo vale a maggior ragione per chi occupa i livelli più alti dell’amministrazione e della politica. La responsabilità di chi dirige non può esaurirsi nel produrre direttive destinate a chi sta sotto. Dirigere significa anche valutare ciò che accade, intervenire quando necessario e assumersi la responsabilità delle decisioni prese – o non prese.
È questa, in fondo, la differenza tra amministrare attraverso le procedure e governare.
Il buon governo non consiste nel tentativo di prevedere ogni situazione possibile con una direttiva. Consiste nell’attribuire responsabilità chiare e nel pretendere che chi le esercita sia disposto a risponderne.
Non abbiamo bisogno di pensare che ogni situazione umana possa essere prevista e disciplinata da un protocollo.
Abbiamo bisogno che chi esercita una responsabilità, a ogni livello e soprattutto ai vertici, utilizzi gli strumenti che l’ordinamento già mette a disposizione, valuti i fatti e, quando necessario, abbia il coraggio di decidere.
Perché continuare a produrre regole può dare l’impressione di fare qualcosa.
Assumersi la responsabilità di applicare quelle che già esistono – soprattutto quando si è chiamati a dirigere – è molto più difficile.
* deputato Il Centro