"Il 29 novembre si vota sulla legge sul materiale bellico. Alcuni aspetti decisivi sono rimasti ai margini del dibattito"

di Niccolò Salvioni *
La modifica proposta da UDC, PLR e Centro permetterebbe di vendere armi a 36 Paesi partner anche quando sono in guerra, renderebbe facoltativa la promessa di non riesportarle e restituirebbe al Consiglio federale il potere di derogare a tutti i criteri. Compatibile con la neutralità? Sulla carta sì. Ma la conformità è affidata agli uffici. E qui cominciano i problemi.
Primo. Il limite della neutralità vale solo per le guerre tra Stati. Verso un partner in guerra con un altro Stato si potrà vendere solo materiale che non lo aiuti in quel conflitto. Se invece interviene in un conflitto interno di un altro Paese, quel limite non c'è.
Secondo. La deroga del Consiglio federale, possibile anche ai criteri sui diritti umani, non è controllabile da nessun giudice svizzero. Nei Paesi Bassi è stata la Corte suprema a imporre al governo di rivalutare la licenza per i pezzi degli F-35 destinati a Israele.
Terzo. Oggi il diritto di controllare sul posto dove finiscono le armi è scritto nella dichiarazione di non riesportazione. Se la dichiarazione non si chiede più, sparisce anche la base ordinaria dei controlli. Mentre emergono gravi lacune nei dossier F-35 e RUAG.
Quarto. All'Aia il Nicaragua accusa la Germania di aver armato Israele. La Corte non ha deciso, ma il suo monito vale per tutti. La Svizzera sarebbe più esposta della Germania: la sua accettazione della giurisdizione della Corte, del 1948, non ha limiti di tempo. E lì non basta dire «la legge me lo permetteva»: bisogna provare di aver controllato.
Quinto. La lista dei «Paesi amici» è tecnica, non democratica: secondo il V-Dem, Stati Uniti, Regno Unito e Italia sono in fase di autocratizzazione e l'Ungheria, anch'essa nella lista, non è più una democrazia.
Sesto. Il professor Robert Kolb ritiene lecito lo «scambio»: io vendo armi nuove a un partner, lui regala le sue vecchie a un Paese in guerra. Lecito, ma se a vendere sono l'esercito o RUAG, la credibilità del Paese neutrale è in gioco.
E poi c'è la posta economica. Le esportazioni di materiale bellico valgono 948 milioni, lo 0,21% dell'export di merci. L'intera industria d'armamento, beni civili compresi, pesa lo 0,3% del valore aggiunto. I sostenitori evocano oltre 120 000 posti. Ma secondo gli studi per la SECO il 92% di quell'impronta viene da produzioni civili delle stesse imprese. I posti legati ai beni d'armamento, indotto compreso, sono circa 7600. E il mercato che conta davvero, quello civile e a duplice uso, dipende dall'accesso all'Europa, non dalle vendite a Paesi in guerra.
Paradossi ovunque. Nel 2021 il Parlamento cancellò la facoltà di deroga del Consiglio federale per ottenere il ritiro dell'iniziativa contro l'export verso Paesi in guerra civile, promossa anche da esponenti dell'allora PPD, del PBD e dei Verdi liberali. Oggi il Centro la reintroduce parola per parola e i Verdi liberali la sostengono, pur avendo chiesto un'eccezione per gli Stati aggrediti. Il PS, dal 2022, voleva consentire le riesportazioni di armi verso l'Ucraina; oggi combatte una legge che allenta le regole. Ma con un argomento coerente: la modifica favorisce i partner in guerra, non l'Ucraina, che resta esclusa.
Le ragioni dei partiti di governo non sono pretestuose: i partner chiedono un fornitore affidabile. Ma lo strumento scelto è il più rischioso e il meno necessario. Le alternative esistono: domanda interna pianificata, preferenza nazionale negli appalti, accordo di sicurezza con l'UE. Il conto, se arriva, lo paga la reputazione di un Paese neutrale, depositario delle Convenzioni di Ginevra.
Votare sì o no è legittimo. Ma la tradizione svizzera merita di più di una scorciatoia.
* analista politico-istituzionale, Ticinus - Centro studi