Tribuna
24.10.2015 - 18:120
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

Studio dell’IRE, ma fatemi il piacere…

di Piero Marchesi, vicepresidente UDC Ticino

Le reazioni scomposte del direttore dell’IRE, Rico Maggi, di fronte alle critiche sullo studio tarocco dell’Istituto di ricerche economiche – perché è di uno studio tarocco che stiamo parlando – sono lo specchio del clima che impera intorno a chi osa sollevare perplessità su un lavoro lautamente pagato con il denaro dei contribuenti ticinesi. La sostituzione sistematica del personale residente con quello che proviene da oltreconfine è uno squallido fenomeno di cui tutti sono al corrente e che l’IRE, se avesse formulato le domande corrette alle aziende a cui si è rivolto, sarebbe stato costretto ad ammettere. Ma dal momento che lo studio di cui sopra non ha alcuna base scientifica, bensì di mera propaganda, non è stato in grado di centrare il problema. Quando gli autori, eccezion fatta per Rico Maggi, non hanno alcun legame con il territorio di cui parlano (sono quasi tutti italiani), e quando in uno studio, definito scientifico solo da coloro che l’hanno messo a punto, si formulano ipotesi come “La decisione in favore di una nuova persona dall’estero è stata casuale. Lui/lei semplicemente ha rappresentato la migliore corrispondenza con le vostre esigenze”, c’è solo una cosa da fare: piangere. Non sarà una reazione dettata dalle formule matematiche, dalla razionalità e dai più sofisticati parametri della scienza, ma è l’unica reazione che possa essere contemplata. Del resto, su nove domande rivolte dagli esperti dell’IRE alle aziende, una sola riguarda i salari. Una. E quando si lavora in questo modo non si può fingere che lo studio non sia stato pilotato per dimostrare il contrario della realtà con cui si trovano confrontati quotidianamente migliaia di ticinesi disoccupati e in assistenza sociale. Già, l’assistenza sociale. L’IRE sa forse cos’è? No? È quell’angosciante zona d’ombra che sfugge ai sostenitori del “tout va bien madame la marquise” e che l’IRE non ha mai neppur preso in considerazione. Ecco cos’è l’assistenza sociale. Ciò che è uscito dalle porte dell’Istituto di ricerche economiche è dunque qualcosa di completamente disancorato dalla realtà, concepito con parametri anacronistici e che, soprattutto, ha volutamente tenuto nascosto sotto il tappeto la situazione della società reale. Quella che un amministratore della cosa pubblica, come il sottoscritto, si trova ad affrontare a ritmi pressoché quotidiani. Sino a non molti anni fa, i frontalieri erano effettivamente impegnati in attività professionali che i ticinesi snobbavano. Ma ora la situazione è completamente diversa. E i frontalieri, formati molto più di un tempo, intraprendenti e spinti dalla necessità di trovare lavoro all’estero, sono così numerosi perché disposti ad accettare stipendi che, in Ticino, non permettono di vivere. È da questo punto che uno studio serio sarebbe dovuto partire. Non da domande concepite per avere la risposta desiderata, come se fossimo in Corea del Nord. Ignorare questi aspetti, fingere che un imprenditore risponda che lui il frontaliere l’ha assunto solo perché non ha trovato ticinesi, è quanto di più patetico uno studioso serio possa offrire. Va da sé che l’unica soluzione in grado di raddrizzare un mercato inquinato da fattori che non possono essere combattuti lasciando fare tutto al mercato, è tradurre in realtà ciò che è stato previsto dall’iniziativa UDC contro l’immigrazione di massa, e mettere al voto l’iniziativa costituzionale cantonale “Prima i nostri”. Quindi, reintrodurre i contingenti e la precedenza alla manodopera residente. Insomma, quello che avveniva fino a prima dell’entrata in vigore dei Bilaterali. In quel non lontano periodo non mi risulta che i ticinesi vivessero sulle palafitte. Dovrebbe essere chiaro persino agli esperti dell’IRE. Ma, forse, se ne renderanno conto il giorno in cui anche loro saranno sostituiti da chi costa meno. Piero Marchesi, vicepresidente UDC Ticino
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