Tribuna
17.02.2016 - 21:530
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

La soluzione PPD non è al passo con i tempi

di Nadia Pittà Buetti

L’iniziativa promossa dal PPD “Per il matrimonio e la famiglia – No agli svantaggi per le coppie sposate” sulla quale voteremo il prossimo 28 febbraio, si prefigge l’obiettivo di rimediare ad una disparità fiscale subita da coppie sposate/registrate rispetto a coppie non sposate. Peccato che poi vi siano alcuni effetti collaterali, che rendono questa iniziativa inopportuna sia per quanto riguarda la politica famigliare rispettivamente la concezione di coppia (indistintamente dall’orientamento sessuale), sia rispetto ad una futura soluzione fiscale che mira a risolvere definitivamente le diverse disparità tramite la tassazione individuale. Il PPD propone una misura che vuole ridurre una discriminazione vissuta dalle coppie sposate benestanti, ma non si pone alcun problema rispetto alle disparità vissute dalle numerose altre forme famigliari – famiglie che vivono e subiscono altri svantaggi in quello che è il sistema fiscale e assicurativo odierno. Se a questa iniziativa merita di essere riconosciuto un passettino in avanti in termini fiscali - ossia il fatto di risolvere una disparità che tocca ca. 80'000 coppie sposate in Svizzera con reddito alto (ca. il 2% della popolazione), dall’altro lato l’iniziativa non tiene conto di un insieme di aspetti fiscali e assicurativi che, messi anche questi sul piatto della bilancia, tendono ad avvantaggiare le coppie sposate rispetto a quelle non sposate (di ca. 800 milioni di franchi). Da questo punto di vista non è pertanto opportuna, perché se si volesse veramente promuovere una fiscalità e un sistema assicurativo equo – nel rispetto di tutte le forme di coppia e famiglia (l’attuale apparato assicurativo è oramai vecchio e non tiene conto delle mutate realtà sociali), sarebbe piuttosto ora di insistere nell’introdurre un nuovo sistema assicurativo e un sistema di tassazione individuale. E proprio a questo proposito l’iniziativa propone una forzatura (sulla quale non c’è stato verso di trovare un compromesso a livello parlamentare), ossia l’inserimento nella Costituzione del sistema di tassazione della coppia quale unità fiscale. Quest’ultimo aspetto rappresenta un ostacolo legislativo discutibile, perché quando finalmente si arriverà (speriamo presto) al sistema di tassazione individuale, bisognerà tornare a cambiare la Costituzione. La proposta, oltre a rappresentare un limite notevole per risolvere in futuro le iniquità fiscali, ha un costo salato: ca. 2,3 miliardi di franchi – soldi che, ricordiamolo, andrebbero a colmare lacune fiscali di famiglie benestanti, non di famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese. Economicamente vale pertanto la pena attendere soluzioni più efficaci a questo problema di equità fiscale a discapito delle diverse forme di coppia e famiglia. Considerate le conseguenze con le quali ci dovremmo confrontare se questa iniziativa passasse, ritengo si possa tranquillamente attendere una soluzione più all’avanguardia ed efficace di quella proposta dal PPD. La seconda forzatura che impone questa iniziativa a mio avviso è ancor più inopportuna di quella fiscale, perché vuole introdurre – sempre a livello di Costituzione - il concetto di matrimonio, quale durevole convivenza di un uomo e una donna, cancellando (consapevolmente) l’importante mutazione che ha vissuto la nostra società nel corso degli ultimi 50 anni e di come questo sviluppo sia riconosciuto fortunatamente da una buona parte della popolazione. La realtà famigliare odierna, nel nostro Paese, non è più rappresentata unicamente da quella che viene chiamata “famiglia tradizionale”, bensì conosce molte forme di coppie e unità famigliari. Negare questa evidenza perseverando e favorendo una sola forma famigliare, che sicuramente è condivisibile, ma non più la sola esistente, è fare un passo indietro di cent’anni, perché la nostra Costituzione non deve negare bensì riconoscere e tenere conto della profonda trasformazione che ha vissuto la nostra società. Auspicabili sono piuttosto quelle iniziative parlamentari che mirano oggi a garantire il riconoscimento delle coppie senza fare distinzioni sulla base dell’orientamento sessuale delle singole persone. Tenere conto delle numerose trasformazioni avvenute nell’ambito famigliare permette di considerare ad esempio il fatto che ci si sposa più tardi, il fatto che più del 70% delle coppie non è sposata, che il divorzio è diventato più frequente, che il lavoro delle donne (purtroppo salarialmente non ancora parificato a quello dell’uomo) e il lavoro a tempo parziale sono scelte sempre più frequenti, che ad occuparsi dei figli e dei lavori domestici in certi casi sono gli uomini, e che oggi come oggi, vi sono coppie che decidono di non avere figli. Imporre il modello tradizionale quale unico modello di convivenza, iscrivendolo perfino nella Costituzione, è una forzatura che la nostra società deve rifiutare, perché da tempo non corrisponde più alla realtà dei fatti ed è opportuno che la libertà di scelta continui ad esistere nel rispetto di tutte le forme di famiglia possibili. Se l’iniziativa del PPD dovesse essere introdotta, rappresenterebbe un grande balzo nel passato per il nostro Paese: oltre a peggiorare l’equilibrio del sistema fiscale e assicurativo odierno - tra vantaggi e svantaggi - nei confronti delle diverse forme di coppia e famiglia, è costosa, retrograda, irrispettosa e discriminante nei confronti di coppie non sposate o con un altro orientamento sessuale, e non da ultimo ostacola l’introduzione di un sistema di imposizione individuale - ben più adeguato a risolvere i problemi di disparità fiscale tra le diverse forme di convivenza. Nadia Pittà Buetti
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