Tribuna
11.11.2016 - 23:200
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

Salto nel buio: davvero?

di Sinue Bernasconi

Oggigiorno in Europa v’è una sovrapproduzione di elettricità. Di conseguenza i prezzi sono ai minimi storici, con un chilowattora che nei mesi passati è oscillato tra i 2 e i 4 centesimi. Questa situazione nuoce fortemente all’idroelettrico svizzero, vettore energetico che ci fornisce ben il 60% della corrente elettrica totale. Non fa eccezione l’Azienda elettrica ticinese (AET), che l’anno passato ha fatto registrare un deficit di 43 milioni di franchi. Le conseguenze si ripercuotono sui lavoratori: in Ticino vi sono stati un paio di licenziamenti, mentre al Grimsel, nel Canton Berna, sono state già una cinquantina le persone lasciate a casa. Chi è rimasto ha visto le condizioni lavorative deteriorarsi. Eppure ai Ticinesi l’idroelettrico dovrebbe stare a cuore, sia perché dà lavoro a più di 500 persone, sia perché costituisce l’unica batteria a lungo termine di cui disponiamo (gli accumulatori servono per potenze basse e tempi brevi). Infatti, grazie al sistema di pompaggio-turbinaggio, si stocca energia nei bacini artificiali quando v’è un carico importante sulla rete, per poi ritrasformarla in elettricità, nel giro di pochi minuti, durante i picchi o quando viene a mancare l’apporto delle rinnovabili non programmabili (fotovoltaico ed eolico). Se il mercato energetico dovesse continuare con quest’andazzo, e le stime dell’Ufficio federale dell’energia (UFE) prevedono che così sarà sino al 2025, si rischia che le aziende non siano più in grado di pagare i canoni d’acqua a Cantone e Comuni, per un totale di 50 milioni di franchi l’anno. Gli oltre 500 posti di lavoro sarebbero minacciati, così come l’indotto indiretto fornito dal settore della forza idrica a molte imprese ticinesi. Una vitale boccata d’ossigeno all’idroelettrico potremmo fornirla noi cittadini sostenendo l’abbandono progressivo del nucleare, come confermato da Rolf Wüstenhagen e Anton Gunzinger, Proff. di economia dell’Università di San Gallo e, rispettivamente, del Politecnico federale di Zurigo. Alcuni, però, cinicamente, non vogliono proprio staccarsi da quei cadaveri radioattivi che da troppi anni manteniamo artificialmente in vita a suon di miliardi di sovvenzioni statali, vera e propria eresia economica. Costoro temono che a causa della progressiva inattività delle centrali nucleari la Svizzera dovrà importare energia sporca dall’estero o, addirittura, che rimarrà senza elettricità. Quanta paura per nulla! Nell’ultimo decennio le aziende elettriche di tutta Europa hanno investito miliardi in nuova produzione per far fronte a scenari, poi rivelatisi totalmente sbagliati, che prevedevano un forte aumento dei consumi di elettricità. Come conferma l’UFE, i consumi della popolazione svizzera sono invariati da 10 anni a questa parte. E questo nonostante l’aumento della popolazione, delle termopompe, dei riscaldamenti elettrici e dell’elettromobilità. Nell’eventualità che dovessimo importare più energia rispetto a oggi potremo scegliere d’importare energia al 100% rinnovabile a un prezzo concorrenziale. D’altronde, nel Regno Unito già oggi il rinnovabile costa meno rispetto al nucleare. E le simulazioni eseguite dal Prof. Gunzinger del Politecnico di Zurigo confermano che la combinazione intelligente tra solare, eolico, biomassa e idroelettrico può funzionare senza una sostanziale variazione delle importazioni di corrente e a un costo paragonabile a quello odierno. In quanto a offerta, l’Europa è la maggior produttrice di rinnovabile. In Germania quasi il 40% della produzione elettrica è pulita, Lettonia e Portogallo arrivano al 50% mentre i vicini Austriaci viaggiano addirittura attorno al 70%. Vi risparmio le percentuali dei Paesi nordici, precursori della transizione energetica e virtuosi modelli a cui ispirarsi. In caso di bisogno, quindi, nessuno ci vieterebbe d’importare energia rinnovabile, che abbonda in Svizzera come nel resto d’Europa. Basta volerla acquistare. L’abbandono del nucleare costituisce poi una grande opportunità di crescita per l’economia ticinese e per i suoi residenti. Un recente studio dell’Università delle scienze applicate di Zurigo (ZHAW) giunge alla conclusione che l’approvazione dell’iniziativa genererebbe in poco tempo dai 5’000 ai 6’000 nuovi posti di lavoro in Svizzera nel settore cleantech. Considerando l’intera transizione energetica i posti di lavoro in più sarebbero invece 85’000, circa 4’500 solo in Ticino. Posti di lavoro e crescita economica, altro che blackout dovuto a un ammanco di energia o a problemi di sovraccarico nei trasformatori. Riguardo a quest’ultima obiezione, proprio per via dell’inaffidabilità del nucleare, Swissgrid ha già provveduto al potenziamento della rete lo scorso inverno. E lo sta facendo tutt’ora, installando i nuovi trasformatori e potenziando le linee. I lavori, assicura l’azienda che gestisce la rete elettrica nazionale, saranno terminati entro la fine di quest’inverno. E già che si tira in ballo l’inverno diciamo pure che il prossimo lo passeremo senza la metà (!) della corrente nucleare, poiché sono attualmente spente, e lo rimarranno sino almeno a febbraio, le centrali Beznau 1 (quasi 1’000 anomalie nel contenitore pressurizzato che protegge il reattore) e Leibstadt (corrosione di alcune componenti). Le tre centrali che spegneremmo nel 2017 (Beznau 1, 2 e Mühleberg) producono invece soltanto 1/3 dell’energia nucleare totale. Oggi disponiamo quindi di meno elettricità rispetto a quella a nostra disposizione a fine 2017 (prima tappa di spegnimento prevista dall’iniziativa), a riprova che l’abbandono del nucleare in tre tappe (2017, 2024 e 2029) è fattibilissimo: nessuno sarà costretto al lume di candela o a cucinare sul focolare. Come non lo siamo stati nemmeno l’anno passato, quando, per alcune settimane, tutte le centrali nucleari elvetiche erano contemporaneamente inattive! Le valli e le zone periferiche ticinesi devono poter beneficiare delle opportunità offerte dalla transizione verso il rinnovabile, non essere relegate a discariche di scorie radioattive, come qualcuno tentò di fare a metà degli anni ’70 con una valle leventinese. Il 27 novembre sosterrò quindi con convinzione e voglia di progresso l’iniziativa per un’uscita progressiva dal nucleare, sia perché non saremo assolutamente costretti a importare corrente sporca, sia perché il settore idroelettrico locale merita un sostegno… energico! Sinue Bernasconi, membro di Comitato ALRA
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