Cronaca
28.08.2017 - 09:300
Aggiornamento : 21.06.2018 - 14:17

Dalle difficoltà relazionali a quelle scolastiche, dal bullismo all'insicurezza per il futuro, ecco chi sono per l'esperto i giovani ticinesi di oggi

Lo psicoterapeuta Pierre Kahn ci parla dei ragazzi che iniziano la scuola in giornata: "chi non ama andarci, ha una motivazione. I docenti di solito collaborano quando c'è qualche problematica, e su educazione sessuale e alla cittadinanza penso che...

MENDRISIO – Campanella, si comincia! Oggi gli allievi ticinesi riprendono le scuole, inizia un nuovo anno scolastico, con le sue difficoltà e le sue gioie. Come sono i nostri ragazzi, riferendosi in modo particolare a quelli delle scuole dell’obbligo? Come vivono questo periodo storico delicato?
Per scoprirlo, abbiamo interpellato uno psicoterapeuta specializzato con bambini, adolescenti e giovani adulti come Pierre Kahn.

I ragazzi ticinesi amano la scuola, secondo lei?
“Taluni che vedo sì, altri meno. A volte però con motivazioni, ogni tanto legate alle difficoltà scolastiche che incontrano, per cui viene richiesto loro un grande sforzo in termini di concentrazione e comprensione, oltre al lavoro fuori dall’orario scolastico. Chi non ama la scuola solitamente ha difficoltà relazionali, a legare coi compagni. La scuola deve essere un luogo di aggregazione piacevole, dove si insegnano nozioni che servano più in là ma non solo. Capita che siano presenti entrambi i problemi, quindi difficoltà doppia”.

Da dove nascono questi problemi relazionali? Si sente sempre più spesso parlare del tema.
“Sono proprie del bambino stesso, dato che ci sono ragazzini che legano in due secondi con qualsiasi persona e altri che hanno modalità sbagliate, quelli che hanno uno scarso bagaglio relazionale, che vorrebbero avere queste relazioni ma usano degli strumenti sbagliati: per esempio, cerco di avere l’amico, mi aggrappo a lui, lo spintono se mi rifiuto, accentuando comportamenti sempre più sbagliati, ottenendo invece che un’amicizia l’effetto opposto. Possono anche essere legati al fatto che uno sia più timido di un altro, o che voglia isolarsi, e a quel punto va capito se è lui che lo vuole oppure se viene isolato. C’è il bambino che è più preso in giro e dunque fatica a entrare nel gruppo. Le cause sono varie”.

A proposito di rapporti e relazioni, per quanto lei percepisce, il bullismo è un problema nelle scuole ticinesi?
“Il bullismo è un problema, non saprei quantificarlo, però quando c’è è grosso perché la vittima si sente spesso isoalta. Si parla di un atto ripetuto nel tempo e volontariamente mirato su una vittima, dunque essa percepisce una grossa sofferenza. Non c’ è solo il fatto di non appartenere a un gruppo ma anche di essere preso di mira. Bisogna aiutarlo a uscire da questa situazione, e sovente vi si riesce dandogli una mano a inserirsi piano piano in un gruppo, in modo che prima inizi a relazionarsi e poi che esso lo difenda. Io parlo ovviamente delle vittime, che sono quelle con cui ho a che fare di più. Il bullismo è una problematica ovunque, non solo in Ticino”.

Psicologicamente, come stanno gli allievi ticinesi? Quali sono i problemi maggiori che lei vede?
“Se parliamo di scuola dell’obbligo spesso vedo, con tremila sfaccettatura, un’insicurezza. I ragazzi sono insicuri, appunto, non hanno gli strumenti giusti, hanno dei contesti, sia scolastico che relazionale, che non funziona, non hanno magari uno sport dove riescono a emergere. Da qualche parte ovviamente questa insicurezza riflette la nostra società con poche certezze”.

Esatto. Dunque, i ragazzi, pensiamo a quelli delle medie, percepiscono già la difficoltà del mondo lavorativo in cui entreranno?
“Lo fanno attraverso quello che raccontiamo noi, un ragazzo delle medie fa fatica a capirla o a immaginare che se c’è qualcosa che gli piace ciò possa essere un ramo difficile da raggiungere. La tematica del futuro è più presente in quarta media, dove li rendiamo attenti al fatto che ci saranno cambiamenti e scelte. Interessante è notare che se ci sono delle classi più difficili dal punto di vista comportamentale in prima, seconda e terza, in quarta, migliorano e non solo perché sono diventati più grandi, ma anche perché capiscono che si devono concentrare sulla fine del ciclo e sulle scelte future”.

I docenti secondo lei sono pronti per affrontare assieme ai ragazzi tutte le difficoltà che abbiamo citato?
“Credo che generalizzare sarebbe un errore, c’è chi è capacissimo e chi è incapace. Per quello che è il mio lavoro, cerco di collaborare con i docenti spiegando la difficoltà specifica di un allievo, e nella maggior parte dei casi riesco a ottenere una buona collaborazione: il docente non ha fatto le cose giuste subito, però una volta sensibilizzato sì. Ci sono casi isolati, magari i docenti a fine carriera, quelli meno abituati a collaborare o quelli concentrati sul lato puramente scolastico”.

Si sta discutendo molto su come insegnare l’educazione sessuale e quella alla cittadinanza. Sono ovviamente due temi diversissimi fra loro, ma lei cosa ne pensa?
“Sulla questione della sessualità, sono sempre stato un fautore, nelle proporzioni e nelle informazioni che può recepire un bambino dell’età di cui parliamo, del cominciare il prima possibile, anche all’asilo. Non per la sessualità in sé, bensì soprattutto per la prevenzione degli abusi. È una tematica molto importante, bisogna cominciare presto per quello. I genitori probabilmente sono preoccupati, va fatto con strumenti giusti, senza suscitare curiosità troppo precoci, però bisogna aiutare i ragazzi a difendersi. Per quanto riguarda l’educazione alla cittadinanza, non ci ho mai davvero riflettuto. Può essere utile, poi è un discorso informativo come tutti gli altri e non va esasperato altrimenti troviamo tematiche razziali o razziste, che invece di andare verso un discorso di integrazione con altre culture e altre razze creeremmo barriere maggiori. È importante che un ragazzo impari le radici del suo paese, se il problema è quanto può interessare a uno straniero cosa sono le cose più tipiche svizzere è diverso… può aiutare a integrare. Per me potrebbe essere un capitolo della storia, il docente può essere intelligente ampliando il discorso per parlare delle caratteristiche delle radici di altri paesi. A quel punto è interessante sia come integrazione che culturalmente”.

Un augurio che vuole fare a chi inizia l’anno scolastico?
“Forse direi loro che, se anche si incontrano difficoltà di rendimento, non bisogna scoraggiarsi. Esse ci sono, possono essere superate, l’ho vissuto sulla mia pelle, ed è possibile raggiungere comunque degli obiettivi. Affrontatele e non abbassate le braccia!”


Paola Bernasconi
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