Cronaca
21.03.2018 - 11:280
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:51

Operazione Valascia, parla Respini. "Gobbi non c'entra. I tifosi non si stavano difendendo dagli avversari: hanno lanciato di tutto contro la Polizia, compreso un girello contapersone in metallo"

Il procuratore capo spiega di aver disposto egli stesso l'intervento. "Una convocazione? C'era il rischio di collusione, avrebbero comunicato tra loro concordando una versione da fornire. Tra l'altro, sulle loro chat e sui gruppi WhatsApp la notizia è circolata subito"

AMBRÌ – Un blitz stile terrorismo, quasi si fosse sul’orlo di un attacco imminente. Così è stata definita la maxi operazione di Polizia che nei giorni scorsi ha portato al fermo di 17 tifosi dell’Ambrì a seguito degli incidenti di gennaio a margine della sfida contro il Losanna.

Ma se ad accusare è stata la Gioventù Biancoblu, spalleggiata dal legale dei 17, La Regione ha dato la parola a chi conduce le indagini, il procuratore capo Nicola Respini. Il quale afferma che Norman Gobbi non si è intromesso nell’inchiesta, e che è stato lui stesso a concordare le modalità di intervento, in conformità con le leggi.

Perché non era sufficiente una convocazione?, si chiedono in molti. “Molto spesso, essendo in contato fra loro e circolando la voce relativa alla convocazione, concordano la versione da fornire agli agenti”, ha spiegato Respini. Dunque, era necessario usare il fattore sorpresa, e nonostante ciò “dopo i primi quattro fermi e diverse ore prima che venisse divulgata la notizia dagli inquirenti tramite comunicato stampa, sulle loro chat e i loro gruppo WhatsApp è iniziata a circolare la notizia”. Per questo, uno degli indagati si è reso irreperibile, e si è poi presentato spontaneamente in Polizia. Respini temeva dunque la collusione delle prove.

Il procuratore capo spezza una lancia a favore degli indagati, che si sono mostrati collaborativi e non si sono lamentati, così come hanno collaborato i familiari di chi non era in casa (tre erano Oltralpe e uno all’ospedale).

Un altro punto contestato è quello delle impronte del DNA prese ai 17. E qui Respini attacca, “dopo gli scontri, sul posto sono rimasti oggetti di vario tipo che le tifoserie hanno scagliato contro gli avversari e gli agenti”. Fra di essi, anche girelli contapersone in metallo, che sarebbero stati lanciati contro la Polizia: “non per difendersi da un attacco dei tifosi avversari, come qualcuno aveva dichiarato. Peraltro, una donna è stata ferita da un fumogeno”. Le impronte servono per capire chi ha fatto cosa, visto che le persone hanno agito a volto coperto e gli agenti, impegnati a disperderli, sul luogo non hanno potuto identificarli.
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