Cronaca
05.06.2019 - 15:190

Noa si è lasciata morire. Don Feliciani: "Non condanniamo, siamo tutti fragili. Vinciamo la solitudine con l'amore"

Il caso della giovanissima ragazza olandese che ha preferito morire ha sconvolto il mondo. L'arciprete:: "La sua storia mostra come la nostra società è psicologicamente debole. Il materialismo e la tecnico ci hanno appiattito cuore e cervello"

CHIASSO – Una giovanissima ragazza olandese di 17 anni si è lasciata morire di fame e di sete, circondata dall’affetto dei suoi cari e dai medici, perché non riusciva più a convivere coi fantasmi provocati da due distinte violenze sessuali avvenute quando era piccola.

Noa aveva chiesto di poter avere il suicidio assistito, di nascosto dalla famiglia, ma le è stato negato. Il suo non è dunque un caso di eutanasia, è bene precisarlo, però la tristissima scelta della ragazza fa riflettere.

Come commentare un caso simile? La medicina, non avendo trovato una cura per la sua anima ferita, ha fallito? E la religione, che ruolo poteva avere? Per cercare di capire, abbiamo contattato Don Gianfranco Feliciani, arciprete di Chiasso, che ci ha parlato di solitudine e delle malattie della civiltà odierna, anche astraendo dal caso.

“Ho letto il tweet del Papa, il quale diceva che dobbiamo essere vicini a tutti quelli che soffrono nel corpo e nella mente. Credo che sia così. Il problema dell’eutanasia, del suicidio assistito è intimamente legato, seppur non in tutti i casi, al tema dell’abbandono. Non è un caso che sia un problema prettamente dei paesi del benessere: in Asia, in America Latina il tasso di suicidi in genere è inferiore al nostro. È una problematica di mancanza d’amore. Abbiamo perso il senso della solidarietà, della vicinanza, perché il materialismo e la tecnica ci hanno appiattito il cervello e il cuore”.

Don Feliciani cita quante persone in Ticino e in Lombardia assumono psicofarmaci, in modo sistematico. Nel caso di Noa si parla di una ragazza stuprata in gioventù, a cui le cure psichiatriche non hanno aiutato. “Ci sono ferite così profonde che l’amore non possa guarire?”, si chiede l’arciprete. La giovanissima non era sola, aveva la sua famiglia a fianco. “Bisognerebbe conoscere le particolarità e i dettagli, però diventa un segnale: al di là del fatto concreto, vedo una società che è diventata psicologicamente fragile”.

Pensa che ci possano essere altre persone che in qualche modo si lasciano morire perché soffrono?

“C’è una frase che non ho mai dimenticato, quella di Madre Teresa di Calcutta. Non era una psichiatra ma conosceva profondamente l’animo umano e visitando i paesi del benessere diceva che ‘è molto più drammatico morire di solitudine senza amore che morire di fame’. In India ha visto una fame terribile, in Europa un’altra ancor più tremenda, quella d’amore. I poveri, forse, si vogliono più bene di noi”.

La religione avrebbe potuto aiutare Noa? Darle speranza?

“La religione e la fede non sono filosofie, teologie astratte, sono vita. La vicinanza di qualcuno che ha fede, che testimonia amore e coraggio senz’altro, la fede è un orizzonte nuovo della vita. La fede stessa è una marcia in più, quando non c’è più niente che funziona ci si dice che si sa che il Signore ci aiuterà sempre. Non può essere però un discorsetto gettato là, fare la predica a chi sta male giova poco. Se porti il tuo affetto, il tuo tempo, è diverso. Serve concretezza di fede, non teorie”.

Come persona di Chiesa, condanna la scelta di Noa o la giustifica, in nome della sua sofferenza?

“La morte in ogni caso è una brutta cosa. La sofferenza lo è. Non abbiamo il diritto di condannare nessuno, piuttosto il dovere di vincere la morte, la solitudine. Non possiamo buttare addosso a qualcuno che, disperato, si toglie la vita, tutta la responsabilità. Siamo tutti colpevoli, siamo tutti meritori se facciamo il bene o il male. Quando penso a questa ragazza che era stata stuprata più volte ritengo che chi le ha fatto del male sono coloro che hanno la responsabilità primaria. Noi dobbiamo lottare contro il male e non condannare, ma fare un gesto di umiltà, dicendo che magari, in una situazione del genere, avrei fatto di peggio. Siamo tutti deboli, tutti fragili. Più uno è disperato e più merita la comprensione e l’aiuto”.

Cosa le avrebbe detto, se l’avesse incontrata, quando ha deciso di lasciarsi morire?

“Mi capita spesso di trovare persone depresse. Le belle parole, le prediche, valgono poco. Ho imparato a stare zitto e a far capire che ci sono: posso venire a bere un caffè? Ho voglia di fare una chiacchierata, posso? Questo lo capiscono, se il prete invece va a fare la predica è meglio che stia a casa sua, va fatto capire che tu ci sei, anche se non dici niente. Noi parliamo anche attraverso il silenzio, pensiamo a due innamorati che sanno stare zitti guardandosi negli occhi. Abbiamo bisogno di comunicare anche senza parlare, abbiamo troppe parole a questo mondo. Un saluto, una telefonata, inventare un incontro con una scusa, aiuta più di tante teorie”.

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