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Cronaca
23.07.2022 - 10:580

Alessia Pifferi, la madre della bimba morta di stenti a un anno e mezzo: “Diana era un ostacolo alla mia libertà”. Gli inquirenti: “Una donna capace di ogni atrocità”

Giorno dopo giorno emergono particolari sempre più agghiaccianti sulla tragedia consumatasi tra le mura di un bilocale di via Parea a Milano

MILANO – Giorno dopo giorno emergono particolari sempre più agghiaccianti sulla tragedia consumatasi tra le mura di un bilocale di via Parea a Milano (LEGGI QUI). L’appartamento dove Diana Pifferi è rimasta chiusa sola per sei giorni, con trenta gradi in casa e soltanto un biberon di latte nella culla. La madre, Alessia Pifferi, 36 anni, arrestata con l’accusa di omicidio volontario, l’ha abbandonata mercoledì della scorsa settimana. Se n’è andata di casa con due trolley pieni di vestiti per raggiungere il suo compagno a Leffe, in provincia di Bergamo, e non, come ha raccontato agli inquirenti, con l’intenzione di trascorrere una sola giornata fuori casa. Una storia atroce che ha scioccato l’Italia intera. Al compagno ha raccontato di aver affidato alla sorella la piccola Diana per una breva vacanza al mare. Poi, quando sei giorni dopo è tornata a Milano e ha trovato la figlia morta gli ha confessato di averla lasciata sei giorni da sola, e che lo stesso era successo in occasione di altri weekend trascorsi con lui. L’uomo, un elettricista di 58 anni, è rimasto senza parole. Diana era nata proprio nella sua casa: un parto improvviso al settimo mese di gravidanza. Il 29 gennaio 2021, Diana era venuta alla luce nel bagno della casa di Leffe grazie all’intervento del 118. “Non sapevo neanche di essere incinta”, ha detto alla polizia. Ma secondo gli inquirenti la donna sapeva della gravidanza almeno dal terzo mese.

La nascita di Diana aveva causato una rottura nella relazione tra i due, che si erano conosciuti su Tinder. Poi nella primavera di quest’anno la coppia si era riavvicinata. Alessia Pifferi ha raccontato agli inquirenti di aver lasciato sola la figlioletta per la prima volta a maggio, solo poche ore. Ma la polizia, coordinata dal procuratore Francesco De Tommasi, non le crede e sta setacciando le chat trovate nel telefonino della donna. Messaggi e appuntamenti scambiati con diversi uomini che la 36enne conosceva online. E proprio questo sarebbe il movente dell’omicidio volontario pluriaggravato: “Si tratta di una persona priva di scrupoli e capace di commettere qualunque atrocità per i propri bisogni personali legati alla necessità di intrattenere a qualunque costo relazioni sentimentali con uomini”, sostengono gli inquirenti. Una donna “pericolosa”.

La donna avrebbe detto che la piccola era un peso e che “voleva riprendersi la sua libertà”. Mercoledì mattina, quando è tornata a casa e ha trovato la bimba senza vita nel lettino, ha chiesto aiuto a una vicina, dicendole che Diana era accudita da una babysitter, della quale però non c’è mai stata traccia. La polizia ha interrogato la sorella e la madre di Pifferi. Quest’ultima mercoledì mattina aveva ricevuto un messaggio dalla figlia: “Ieri ho tribolato con Diana, ma nulla di grave”. La donna ha raccontato che da un po’ di mesi la figlia sembrava nervosa e piuttosto insofferente.

Alessia Pifferi ha trascorso sei giorni a Leffe, dove c’era la festa del paese. Ma lunedì mattina ha accompagnato il compagno a Milano per un incontro di lavoro senza nemmeno passare da casa per accertarsi delle condizioni della piccola Diana. Che probabilmente era già morta, di fame e disidratazione. La Procura ha disposto gli esami tossicologici sul biberon trovato nella culla. Il sospetto è che nel latte ci fosse del benzodiazepine, il potente ansiolitico trovato accanto alla culla.

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