CRONACA
La mafia declinata al femminile, se ne parla all'USI di Lugano
Se ne parla poco, ma il binomio esiste da sempre. L'Osservatorio ticinese sulla criminalità organizzata ne parla giovedì 3 ottobre

LUGANO – Se ne parla poco. Troppo poco. Ma il binomio mafia e donne esiste. E da sempre. Molte donne sono rimaste vittime delle organizzazioni criminali. Basterebbe pensare ai risvolti ticinesi del sequestro e dell’uccisione, sotto la regia della ‘ndrangheta, della diciottenne comasca Cristina Mazzotti, che nell’estate del 1975 scosse l’intero Nord Italia.

A quasi cinquant’anni di distanza, sul fronte giudiziario non è ancora stata scritta l’ultima parola. Molte donne hanno avuto, viceversa, un ruolo attivo a sostegno delle cosche. Era il 1994 quando Libertina Rizzuto – figlia, moglie e madre di tre boss di Cosa Nostra – arrivò dal Canada sulle rive del Ceresio, dove venne arrestata allo sportello di una banca.

Molte donne sono infine scese in campo per combattere la mafia. Cittadine, funzionarie, poliziotte, magistrate, studiose, giornaliste. Tre di loro racconteranno la propria esperienza al quarto convegno annuale promosso dall’O-TiCO, in programma giovedì 3 ottobre all'Aula Polivalente Campus Est USI di Lugano.

Dopo l'introduzione della Professoressa Annamaria Astrologo, alla tavola rotonda parteciperanno Alessandra Cerretti, Pubblico Ministero Direzione Distrettuale Antimafia Milano, Ombretta Ingrascì, ricercatrice in Sociologia Economica all'Università degli Studi di Milano e la giornalista per LaCNews24 e corrispondente per l'ANSA Alessia Truzzolillo.

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