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23.01.2018 - 12:000
Aggiornamento: 19.06.2018 - 15:43

"Le reclute non possono spesso ricevere aiuti, e vengono derise dai commilitoni. L'esercito è uno strumento di oppressione e controllo sociale"

Il SISA torna alla carica: "in una settimana, abbiamo ricevuto quattro richieste di aiuto. Ci sono punizioni corporali e collettive, grazie all'impunità degli ufficiali. Il Dipartimento della difesa dovrebbe difendere i giovani ma non ne ha l'interesse. E per un ragazzo può essere un trauma"

di Rudi Alves*

In un recente articolo apparso su diversi portali della Svizzera italiana, Daniel Grumelli, presidente dei Giovani UDC, replicava alla decisione del sindacato studentesco di riaprire il servizio di assistenza alle nuove reclute dell’esercito svizzero.

Egli affermava che lo scenario descritto dal SISA non corrispondesse alla realtà e che dunque non avessimo raccontato quello che davvero avviene nelle caserme elvetiche.

Premettendo che non tutti le reclute vivono l’esperienza dell’esercito nella stessa maniera, va fatto notare come l’articolo sopracitato non sia nulla più che un banale elogio al servizio militare, che non indaga minimamente le reali problematiche che vi si nascondono.

È infatti assodato come nell’esercito, in passato come ancor oggi, vengano commessi abusi nei confronti delle reclute, in particolare di quelle più sensibili: come spiegare altrimenti il fatto che in una sola settimana dall’inizio della scuola reclute allo sportello del SISA siano giunte ben 4 richieste di aiuto da parte di diversi giovani? Naturalmente coloro che si sono rivolti a noi sono tutti ticinesi, per cui possiamo solo immaginare l’ampiezza del fenomeno a livello nazionale!

Non ci sorprendiamo affatto, già in passato siamo venuti a conoscenza di varie punizioni corporali e collettive, illegali de iure ma applicate di fatto, grazie all’impunità di cui godono certi ufficiali. Troppo spesso ai soldati viene poi impedito ed ostacolato in ogni modo di essere ascoltati e visitati da un medico o uno psicologo, con scuse di vario genere che non fanno altro che peggiorare lo stato psicologico di chi già si trova a disagio. Non è inoltre raro che le reclute più sensibili vengano derise dai propri “commilitoni”, se non addirittura dagli ufficiali in comando!

Per questo motivo un servizio di assistenza ha ragione di esistere; l’esercito, in un’età importante dello sviluppo personale di un giovane, può costituire un vero e proprio trauma se non fermato sul nascere!

Come sindacato, ma soprattutto come cittadini, dobbiamo agire concretamente in queste situazioni e impedire che simili abusi vengano perpetrati!

Dovrebbe essere lo stesso Dipartimento della difesa a mobilitarsi a sostegno di questi giovani, ma come è ormai risaputo esso non ha altro obiettivo al di fuori della conservazione del servizio militare, uno dei principali strumenti, fin dalla sua nascita, di oppressione e di controllo sociale in questo paese! Ricordiamo infatti come l’ultima volta che esso fu impiegato in Svizzera, lo fu contro coloro che avrebbe dovuto difendere, ossia gli operai in sciopero nel 1918!

Purtroppo, vista l’adesione progressivamente ridotta all’esercito, l’apparato militare scoraggia, legiferando in tal senso, i giovani a intraprendere il servizio civile, rendendo il processo burocratico più ostile e complesso possibile.

Il trasferimento al servizio civile è un diritto di ogni cittadino, iscritto in quella costituzione che i cari Giovani UDC si premono così tanto di difendere, eppure la nostra esperienza ha ormai mostrato che di tutto ciò il paradisiaco esercito non ne vuol proprio sentir parlare...

Pertanto, alla prova dei fatti, l’esistenza del nostro sportello si rivela essere non solo utile, ma addirittura insostituibile per garantire ai cittadini la tutela dei propri fondamentali diritti civili!

*coordinatore Sindacato Indipendente degli Studenti e degli Apprendisti (SISA) 
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