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Cronaca
17.10.2018 - 15:590

Dopo l'esperienza choc, "per un ticinese andare a militare rischia di essere solo un'umiliazione"

Giovani Comunisti e SISA attaccano: "basta foraggiare un esercito anti-democratico!". "Clima di omertà e spesso di vero e proprio terrore"

EMMEN – Il video virale di una sorta di simulazione di plotone di esecuzione con sassi e noci, il racconto dell’essere dovuto rimanere in mutande davanti ai commilitoni, il disagio delle reclute ticinesi di stanza a Emmen, ora a Thusis, ha fatto discutere.

Il padre del 24enne ha fatto denuncia alla RSI, e la giustizia militare ha avviato un’istruttoria preliminare. Il capo dell’esercito farà visita alla scuola reclute in questione e il Dipartimento federale della difesa si è fatto sentire su Twitter: "Maltrattamento di una recluta ticinese durante la scuola reclute della difesa contraerea 33 ad Emmen: l'esercito non tollera alcuna punizione corporale. Il capo dell'esercito rende visita alla scuola reclute interessata".

Molte le reazioni in Ticino. Anche i Giovani Comunisti sono indignati. “Quella della sassaiola contro tre reclute ticinesi della difesa contraerea 33 dislocata a S-Chanf documentata dalla RSI purtroppo è una notizia che non ci stupisce più. Possiamo dire che chi va a militare lo fa a suo rischio e pericolo! Si tratta infatti di uno dei vari riti di iniziazione che purtroppo perdurano nelle nostre scuole reclute. Oggi si tirano sassi sui ragazzi, ma in un’altra caserma si tirano pugni in pancia, ecc. Sono fatti solo teoricamente illegali ma fortemente tollerati dalle gerarchie militariste e che in troppi anche nella truppa subiscono senza fiatare per quieto vivere e per evitare di subire ulteriori atti di nonnismo nelle settimane successive”, si legge in una nota.

“Non solo, oltre ad essere tollerati dai ranghi superiori esiste una sorta di omertà e di timore nel denunciare questi atti a chi è di competenza per prendere provvidimenti: le reclute dell’esercito sono terrorizzate dai loro superiori autoritari. Il fatto che non siano atti di goliardia fra coetanei lo dimostra il fatto che - come il sindacato studentesco ha denunciato a Coira lo scorso inverno - sono direttamente coinvolti graduati quando non ufficiali palesemente impreparati o semplicemente esaltati”, prosegue la nota: sotto accusa in effetti c’è un sergente maggiore, che pare abbia amicizie importanti.

“Certo l’esercito aprirà un’inchiesta, è il minimo che possa fare, ma essa non sarà indipendente, visto che la giustizia militare per definizione non lo è (il controllore e il controllato sono entrambi nelle medesime gerarchie) - e tutto si cercherà di risolvere con un accordo Bonale per il buon nome dell’armata. Alla fine dei conti per un ticinese andare nell’esercito rischia di essere solo un esperienza umiliante e degradante (!), l’unità tra le regioni linguistiche viene costruita in ben altri contesti con ben altre regole e altra concezione di rispetto!”, attaccano poi i Giovani comunisti, secondo cui “occorre smetterla di legittimare questo esercito anti-democratico, privo di identità e di missione che proprio per questo è destinato a foraggiare un certo tipo di comportamenti diseducativi: le reclute che sono testimoni di atti di nonnismo, di riti iniziatori o di altri presunti atti di “goliardia” devono non solamente subito denunciare i fatti rifiutando apertamente gli ordini quando non strettamente previsti dall’addestramento ma occorre anche a quel punto compilare immediatamente la richiesta di passaggio al servizio civile e se nel dubbio allertare subito lo sportello SOS Reclute del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti”.

A proposito di SISA, lo stesso sindacato ha inviato a sua volta una nota. “Il “plotone d’esecuzione” a base di sassi e noci non è stato che il culmine di una lunga serie di angherie ed umiliazioni di cui sono state vittima ben tre reclute ticinesi (ricordiamo che, secondo quanto riferito dal padre alla RSI, il giovane sottoposto al "plotone" improvvisato è stato anche costretto a rimanere sull’attenti in mutande di fronte al resto della propria camerata). Dopo i fatti di Coira dello scorso gennaio, quest’ultimo episodio non fa che confermare il carattere sistematico degli abusi commessi tra le fila dell’esercito: è ormai evidente come questi non siano dei banali “casi isolati”, bensì un fenomeno diffuso e tollerato dalle gerarchie militari”, viene scritto.

“All’interno delle caserme elvetiche non vale purtroppo lo stato di diritto, bensì la più semplice e barbara “legge del più forte”: benché vi siano delle leggi e delle regolamentazioni da seguire (che ad esempio vietano le punizioni corporali), i sottufficiali e gli ufficiali rossocrociati se ne infischiano altamente, disponendo come meglio credono delle reclute al proprio comando. Il clima di omertà e spesso di vero e proprio terrore che vige negli ambienti militari impedisce ai soldati vittime di abusi di denunciare l’accaduto per paura di ritorsioni: la testimonianza della recluta di Emmen ne è solo l’ultimo tragico esempio. A questo proposito, il SISA ricorda ai lettori l’esistenza di un proprio sportello apposito, attivo nella consulenza alle reclute e contattabile ai seguenti numeri telefonici: 079 773 43 03; 079 374 68 80; 079 839 50 32”.

Addirittura, “a fronte dell’emergenza cui sono confrontate le reclute elvetiche, e in particolare quelle ticinesi, la risposta delle autorità è però completamente ridicola e fuori luogo: anziché facilitare l’accesso al servizio civile e garantire quindi alle reclute una valida alternativa al servizio militare, il Consiglio Federale propone invece di ostacolare ulteriormente la libera scelta di noi giovani! Oltre a ciò, non si vede l’ombra di alcun intervento strutturale che permetta di bandire dall’esercito i soprusi cui la cronaca ci ha ormai fin troppo abituato. Per il SISA la soluzione è chiara: rafforzamento e ampliamento dell’accesso al servizio civile, tolleranza zero per gli abusi in grigioverde!”. Un tema su cui insiste da parecchio, tornato tristemente d’attualità.

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