Dopo la rottura fra UDC e Lega, il nodo non è più soltanto Bellinzona: lo strappo può ridisegnare candidature, alleanze e rapporti di forza anche su Berna e Lugano

La rottura tra UDC e Lega non è soltanto la fine di una lista comune per il Consiglio di Stato. È l’apertura di una fase nuova nella destra ticinese, con effetti che vanno ben oltre le Cantonali del 2027. Perché una volta saltato l’equilibrio costruito in questi anni, il problema non è più soltanto chi correrà per il Governo cantonale, ma come si ridisegneranno i rapporti di forza lungo tutta la tornata elettorale, fino alle Federali e alle Comunali.
Lo strappo, ormai, è politico ma anche personale. I democentristi hanno deciso di correre da soli e hanno motivato la scelta, ancora una volta, con la presenza di Claudio Zali sulle file leghiste. Per l’UDC il consigliere di Stato rappresenta da tempo una figura incompatibile con una lista comune di destra: troppo distante, troppo critico verso il partito, troppo poco riconoscente — secondo la lettura democentrista — del contributo dato dall’UDC nel garantire alla Lega due seggi in Consiglio di Stato, “specialmente il suo”. Da qui la decisione di chiudere il capitolo dell’alleanza, rivendicata da Sergio Morisoli come una scelta di coerenza verso il proprio elettorato e verso un progetto politico che vuole misurarsi direttamente con il Governo.
La Lega, però, non nasconde irritazione, soprattutto per il metodo. Daniele Piccaluga ha fatto capire di essersi aspettato almeno una telefonata, o quantomeno un messaggio, prima di leggere sui giornali che la corsa comune era saltata. Via Monte Boglia sostiene di non aver chiuso alcun capitolo, di essere pronta a discutere in assemblea, e accusa i cugini di aver trasformato la questione in un problema di persone. Il riferimento è chiaro: il “veto Zali”, secondo la Lega, non doveva diventare il detonatore di una rottura strategica. Ma lo è diventato.
Se ci si ferma alle Cantonali, il rischio maggiore sembra pesare soprattutto sulla Lega. La difesa del secondo seggio in Governo, senza il sostegno UDC, si complica sensibilmente. Piccaluga stesso lo ammette: la matematica non mente e senza l’alleato storico la probabilità di perdere terreno è alta. Il ricordo del 2011, quando la Lega conquistò il secondo posto in Consiglio di Stato a spese del PLR, appartiene ormai a un’altra stagione politica. Oggi, con una destra divisa, il prezzo da pagare potrebbe essere molto più salato.
Ma l’UDC non corre rischi minori. Andare da soli significa anche esporsi senza più reti di sicurezza. Morisoli insiste sul fatto che il partito è in crescita e che l’elettorato ha il diritto di vedere quanto vale davvero. È una lettura comprensibile. Però è anche una scommessa: se il risultato non dovesse confermare queste aspettative, la rottura potrebbe apparire meno come un atto di coerenza e più come una fuga in avanti costosa.
Il riflesso più delicato, tuttavia, è quello federale. Piccaluga lo ha già detto in modo netto: se non si vuole correre assieme alle Cantonali, non si capisce perché lo si dovrebbe fare alle Federali. Ed è qui che il divorzio rischia di diventare strutturale. Perché una cosa è dividersi sulla corsa al Governo, un’altra è mettere in discussione l’asse che negli ultimi anni ha aiutato la destra ticinese a pesare anche a Berna. Il tema più sensibile è inevitabilmente quello di Marco Chiesa. Morisoli minimizza, sostenendo che una figura come la sua, al maggioritario per gli Stati, può ancora reggere l’urto anche senza l’appoggio formale della Lega. Piccaluga, invece, taglia corto: quattro anni fa Chiesa era il candidato della coppia Lega-UDC; se dovesse ripresentarsi, sarà solo il candidato dell’UDC. Punto.
Intorno a Chiesa si gioca però anche un altro capitolo: Bellinzona. Le voci su una sua possibile candidatura al Consiglio di Stato continuano a circolare e, alla luce della rottura, acquistano peso. Per l’UDC potrebbe essere il profilo capace di tenere assieme ambizione cantonale e tenuta federale. Ma il suo nome pesa anche su Lugano, dove resta una figura politicamente centrale. Morisoli lo dice in modo chiaro: Chiesa ha due ruoli importanti, a Berna e in Municipio, e se non funziona la città più grande del Cantone ne risente tutto il Ticino. È un modo per confermare che anche il capitolo luganese non potrà restare al riparo dal terremoto aperto a destra.
Ed è forse proprio qui che la vicenda smette di essere soltanto una rottura tra partiti e diventa un problema di sistema. Se l’intesa si spezza sul piano cantonale e federale, è difficile immaginare che le Comunali, a partire da Lugano, possano restare immuni. Candidature, equilibri di maggioranza, intese tattiche e rapporti personali rischiano di essere rimessi in discussione. Non oggi, forse, ma presto.
Alla fine il punto è semplice: la destra ticinese entra in una fase in cui ognuno vuole misurarsi da sé. È una scelta che può anche chiarire identità e ambizioni, ma che aumenta i margini di instabilità. La Lega teme di pagare sul piano matematico. L’UDC punta a monetizzare una crescita che ritiene ormai consolidata. Entrambe si muovono pensando di guadagnare spazio. Ma in politica non sempre le rotture rafforzano chi le provoca. A volte servono solo a mostrare, con crudezza, quanto fosse fragile ciò che teneva insieme l’alleanza.