Secondo l'avvocato le vicende delle ultime settimane non sono la causa della crisi istituzionale ticinese, bensì «la radiografia» di una crisi già esistente

L’avvocato Emanuele Stauffer non fa sconti a nessuno e in un'opinione pubblicata oggi da LaRegione invita i quattro ministri superstiti di questo Governo a uscire di scena a fine legislatura. Stauffer parte da una riflessione sul significato stesso delle istituzioni: uno Stato, scrive, non vive soltanto di regole, uffici e autorità, ma soprattutto delle persone chiamate a rappresentarlo. Per essere rispettato deve essere autorevole e, per esserlo, necessita di uomini e donne all’altezza delle proprie funzioni.
È in questo contesto che Stauffer definisce le qualità che dovrebbero distinguere un membro del governo: «A un consigliere di Stato si chiedono coraggio, caratura, visione, una dimensione morale ed etica superiore alla media. Quando parla, deve essere ascoltato. Deve incutere rispetto. Perché il rispetto verso la sua persona diventa rispetto verso lo Stato».
Secondo Stauffer, le vicende delle ultime settimane non sono la causa della crisi istituzionale ticinese, bensì «la radiografia» di una crisi già esistente. Da qui la richiesta rivolta senza distinzioni ai membri del governo: «Fatevi da parte. Tutti». Non perché siano disonesti – precisa l’autore, sottolineando che non spetta a lui stabilirlo – ma perché avrebbero dimostrato di non possedere «la statura che le vostre cariche esigono».
Particolarmente severo è il giudizio su Marina Carobbio Guscetti. Secondo Stauffer, di fronte all'accumularsi delle vicende riguardanti il consigliere di Stato Claudio Zali – l’interessamento presso un procuratore per la carcerazione del figlio di una conoscente, la mail relativa all’assunzione di un’amica all’Ente ospedaliero cantonale e gli audio diventati di dominio pubblico – la presidente del governo avrebbe dovuto assumere una posizione netta. «Non ci voleva coraggio, onorevole Carobbio Guscetti. Bastava l’ovvio», scrive. A suo giudizio, avrebbe dovuto chiedere pubblicamente a Zali di lasciare il governo e dichiarare che la sua permanenza nell’esecutivo era diventata inconcepibile.
Carobbio, invece, parlando a nome del Consiglio di Stato, si sarebbe limitata a prendere atto delle spiegazioni di Zali, a condannare ogni violenza e a rinviare il resto alle inchieste. Una risposta che Stauffer contesta proprio perché, a suo avviso, la responsabilità politica non deve attendere quella penale.
Analoga l’accusa rivolta a Raffaele De Rosa, che nel 2020 era in copia alla mail con cui Zali si rivolgeva al presidente dell’Eoc per favorire l’assunzione di una conoscente chiedendo il licenziamento di un frontaliere. Per Stauffer sarebbe stato sufficiente rispondere immediatamente che una simile richiesta era inammissibile. De Rosa non lo fece e oggi, osserva l’avvocato, replica che quella mail non era indirizzata a lui.
A Norman Gobbi, Stauffer rimprovera invece sia la gestione dell’incidente stradale e dei successivi accertamenti, sia il progetto di riassetto dei dipartimenti elaborato insieme a Zali mentre era al centro di un’inchiesta per presunto favoreggiamento, pur non essendo imputato. Gobbi ha riconosciuto un «errore di comunicazione», ma per Stauffer «l’errore non era la comunicazione. Era la sostanza».
La critica si estende poi collettivamente a Christian Vitta, De Rosa e Carobbio Guscetti per non essersi opposti fino in fondo al cosiddetto arrocco dei dipartimenti. Dopo aver constatato che non esistevano le condizioni per realizzarlo nella forma originaria, il governo ne avrebbe infatti approvato, all’unanimità, una versione ridotta. Per Stauffer, «avete detto no all’arrocco e sì a un arrocco più piccolo – come se uno scandalo, rimpicciolito, smettesse di essere uno scandalo». Ai tre, sostiene, sarebbe bastato pronunciare una parola: «No e basta».
Su Claudio Zali, infine, il giudizio è senza appello: «La sua sorte è segnata, e l’ha segnata lei stesso». Secondo Stauffer, davanti a vicende di questa portata un consigliere di Stato avrebbe dovuto dimettersi immediatamente, senza attendere due settimane, denunciare un presunto «linciaggio», disertare la conferenza stampa delle proprie dimissioni o scegliere personalmente la data dell’uscita.
In questa crisi, secondo l’avvocato, un solo potere ha svolto fino in fondo il proprio compito: la stampa, facendo emergere gli audio, la mail e il progetto di arrocco e costringendo il governo a reagire. «Il quarto potere ha funzionato. Gli altri no», sintetizza Stauffer.
Da qui il rifiuto dell’invito a «voltare pagina». Prima, sostiene, quella pagina deve essere letta fino in fondo, anche perché gli esponenti politici coinvolti potranno tornare a chiedere la fiducia degli elettori.