POLITICA
Neutralità, il voto fa il giro del mondo: “Autogol della destra”, “Sindrome di Asterix”, “No a Putin”
Vista da Berlino, Parigi, Londra, Roma o Mosca, la votazione svizzera assume contorni in parte diversi da quelli del dibattito interno
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Neutralità, la Svizzera dice un secco no. Ma in Ticino è battaglia fino all’ultimo voto

27 SETTEMBRE 2026
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Neutralità, la Svizzera dice un secco no. Ma in Ticino è battaglia fino all’ultimo voto

27 SETTEMBRE 2026

La bocciatura dell’iniziativa sulla neutralità ha fatto rapidamente il giro del mondo. E osservata da Berlino, Parigi, Londra, Roma o Mosca, la votazione svizzera assume contorni in parte diversi da quelli del dibattito interno. Quasi ovunque, però, c’è un denominatore comune: Russia, Ucraina, sanzioni e rapporti della Confederazione con l’Europa e la NATO.
È significativo il titolo scelto da Die Zeit: “Gli svizzeri non vogliono avvicinarsi a Putin”. Il settimanale tedesco concentra l’attenzione su uno degli effetti più concreti dell’iniziativa: l’impossibilità per Berna di adottare autonomamente sanzioni contro uno Stato coinvolto in un conflitto. Il risultato viene quindi letto come la volontà di conservare l’attuale margine di manovra e continuare sulla strada della cooperazione internazionale.

Una chiave di lettura condivisa da buona parte della stampa europea. Il Guardian parla addirittura di “sollievo” per l’Europa: una vittoria dell’iniziativa avrebbe impedito alla Svizzera di mantenere autonomamente le sanzioni contro Mosca proprio mentre nell’UE non è sempre semplice conservare l’unità su questo fronte. Il quotidiano britannico ricorda inoltre il ruolo avuto nella campagna da Christoph Blocher, uno dei principali sostenitori e finanziatori dell’iniziativa.

Anche il Corriere della Sera guarda soprattutto alle conseguenze di politica estera. La questione, sottolinea il quotidiano italiano, riguardava direttamente le sanzioni contro la Russia: con un “sì”, Berna non avrebbe più potuto applicarle autonomamente, salvo una decisione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, dove Mosca dispone del diritto di veto. 

In Francia il tono cambia a seconda delle testate, ma il riferimento russo resta centrale. Libération definisce apertamente “filorussa” l’iniziativa e presenta il risultato come il rifiuto del progetto dei sovranisti che contestavano al Governo svizzero di essersi allineato alle sanzioni europee contro Mosca.

Le Figaro mette invece l’accento sulle divisioni svizzere attorno alla guerra in Ucraina. Anche qui viene evidenziata la conseguenza concreta che avrebbe avuto l’approvazione dell’iniziativa: rendere praticamente impossibile l’adesione svizzera alle sanzioni contro la Russia senza un mandato delle Nazioni Unite.

Ma dalla Francia arriva anche una lettura molto diversa e forse più profonda. Alla vigilia del voto Le Monde ha intervistato lo storico svizzero Sacha Zala, secondo il quale la neutralità è diventata in Svizzera “una costruzione identitaria, quasi religiosa”. Più che una semplice dottrina di politica estera, sarebbe ormai una sorta di collante nazionale. Ed è proprio questa distinzione a spiegare l’apparente paradosso del voto: si può respingere nettamente una determinata concezione della neutralità senza mettere minimamente in discussione la neutralità stessa.

In Germania, Der Spiegel parla di “autogol della destra”, ma mette contemporaneamente in guardia da una possibile interpretazione eccessiva del risultato: il “no” non equivale a un rifiuto della neutralità. Semmai, secondo il settimanale, gli Stati occidentali potrebbero aspettarsi ora una posizione più chiara dalla Svizzera.

La Frankfurter Allgemeine Zeitung aveva invece raccolto un’altra immagine efficace dello stesso Sacha Zala: “La Svizzera ha la sindrome di Asterix”. Il Paese tenderebbe cioè a vedersi come il piccolo villaggio gallico circondato dalle grandi potenze e la neutralità come una sorta di pozione magica capace di garantirgli protezione.

Ancora più netto il Südkurier della vicina Costanza, che nel titolo ha fatto propria una delle definizioni utilizzate dagli oppositori parlando di “iniziativa di Putin”.

In Italia, Repubblica legge invece il risultato soprattutto in chiave politica: una sconfitta della destra e un segnale di maggiore avvicinamento di Berna all’Europa. Una lettura destinata inevitabilmente a intrecciarsi con il nuovo dossier dei rapporti tra Svizzera e Unione europea.

Più pragmatica la prospettiva del Financial Times, che guarda alle conseguenze economiche. Per le grandi imprese svizzere, fortemente dipendenti dai mercati internazionali, la possibilità di allinearsi alle sanzioni occidentali rappresenta anche una questione di interessi economici. Una neutralità molto più rigida avrebbe potuto complicare le relazioni con i principali partner commerciali della Confederazione.

E poi c’è Mosca.

Russia Today, media finanziato dallo Stato russo, ha accolto la sconfitta dell’iniziativa con un certo disappunto, individuando uno dei problemi nella strategia della campagna. I promotori, sostiene il portale, invece di raggiungere nuovi segmenti dell’elettorato si sarebbero affidati troppo ai media tradizionali e alle pubbliche relazioni.

L’interesse russo per la votazione non era del resto un mistero. L’approvazione dell’iniziativa avrebbe impedito alla Svizzera di adottare autonomamente sanzioni contro Stati belligeranti; e un eventuale passaggio attraverso il Consiglio di sicurezza dell’ONU avrebbe dato a Mosca, grazie al diritto di veto, uno strumento decisivo. Il dibattito sul ruolo russo nella campagna aveva già attirato l’attenzione della stampa internazionale nelle settimane precedenti.

Un punto di vista ancora differente arriva da Al Jazeera. In un’analisi pubblicata prima del voto, il ricercatore Abdulla Ibrahim sostiene che l’iniziativa abbia in fondo posto la domanda sbagliata: non tanto che cosa debba fare la Svizzera per essere ancora più neutrale, ma che cosa possa fare oggi la neutralità per garantire alla Svizzera sicurezza e prosperità. Una definizione più rigida iscritta nella Costituzione, osserva, non offre necessariamente risposte alle minacce contemporanee, dalla vulnerabilità economica alle violazioni dello spazio aereo. Il mondo successivo al 2022, insomma, pone problemi che la concezione tradizionale della neutralità non basta da sola a risolvere.

Dopo il voto, la stessa Al Jazeera ha dato ampio risalto alla netta bocciatura, con circa sette elettori su dieci contrari all’inasprimento delle regole costituzionali sulla neutralità.

Il risultato ha avuto eco anche fuori dall’Europa. Reuters ha diffuso la notizia a livello mondiale insistendo sul rapporto fra il voto, le sanzioni contro Mosca e la cooperazione con la NATO. La lettura proposta dal politologo Fabio Wasserfallen è che gli elettori abbiano sostanzialmente scelto di non cambiare l’attuale applicazione della neutralità. Anche negli Stati Uniti il voto è stato ripreso soprattutto attraverso questa chiave geopolitica.

Christoph Blocher è infine diventato uno dei personaggi della giornata anche sulla stampa straniera. El País lo presenta come il “patriarca dell’UDC”, mentre Bloomberg si è soffermata sui milioni investiti dall’ex consigliere federale nella campagna.

Il quadro che emerge è dunque piuttosto omogeneo, pur con sfumature molto diverse. Fuori dai confini elvetici quasi nessuno interpreta il voto come un abbandono della neutralità. Piuttosto, viene letto come il rifiuto di irrigidirla fino al punto da impedire alla Svizzera di reagire autonomamente alle crisi internazionali.

E forse è proprio questa la differenza più interessante tra il dibattito svizzero e lo sguardo esterno. In Svizzera si è discusso molto di che cosa significhi essere neutrali. All’estero si è guardato soprattutto da che parte avrebbe finito per collocare concretamente il Paese una neutralità più rigida.

Per gran parte della stampa internazionale la risposta è chiara: il voto di domenica non ha cancellato la neutralità svizzera. Ha respinto una sua interpretazione che, nel mondo nato dopo l’invasione russa dell’Ucraina, avrebbe avuto conseguenze geopolitiche molto precise.

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