A poche ore dalla pesante sconfitta subita domenica dall’iniziativa sulla neutralità, il senatore torna in prima linea su uno dei grandi dossier che definiscono il rapporto della Svizzera con l’Europa

A poche ore dalla pesante sconfitta subita domenica dall’iniziativa sulla neutralità, respinta dal 70,15% degli svizzeri e da tutti i Cantoni, Marco Chiesa torna in prima linea su uno dei grandi dossier che definiscono il rapporto della Svizzera con l’Europa. Questa volta il terreno è quello dei Bilaterali III, il pacchetto per la stabilizzazione e lo sviluppo delle relazioni tra Berna e Bruxelles attualmente all’esame del Consiglio degli Stati.
Il senatore ticinese interviene a nome della minoranza della Commissione politica estera e arriva alla conclusione più radicale: non entrare nemmeno in materia. Il punto di partenza del suo discorso è che, dietro quella che viene presentata come una stabilizzazione della via bilaterale, si nasconderebbe in realtà un cambiamento molto più profondo.
“Non si limita ad aggiornare i nostri accordi con l’Unione europea. Modifica l’essenza del rapporto tra la Svizzera e l’UE”, afferma Chiesa. E mette sul tavolo le dimensioni del pacchetto: “94 atti legislativi dell’Unione europea da recepire, 36 nostre leggi federali da modificare e 3 nuove leggi da creare. Il solo Messaggio del Consiglio federale supera le mille pagine”.
Ma per Chiesa il vero problema viene dopo, con la ripresa dinamica del diritto europeo. La Svizzera potrà partecipare all’elaborazione delle nuove norme, presentare osservazioni e difendere le proprie posizioni, ma non avrà l’ultima parola: “Essere ascoltati non significa essere considerati. Gli Stati non hanno amici. Hanno interessi”.
Il senatore ticinese concentra quindi l’attacco sul rapporto tra il nuovo sistema e la democrazia diretta. Quando l’adeguamento richiederà una modifica legislativa, Parlamento e popolo conserveranno la possibilità di dire no. Ma quel rifiuto, sostiene Chiesa, potrà avere conseguenze.
“Chiamiamole pure diplomaticamente così: ‘misure compensative’. Ma se scattano, un Paese che paga per aver esercitato un proprio diritto non sta compensando nulla. Sta semplicemente subendo una sanzione”.
Ed è qui che individua il cuore della sua opposizione: “È una camicia di forza per la nostra democrazia diretta”.
Chiesa contesta anche il meccanismo di risoluzione delle controversie. Quando sarà necessario interpretare il diritto dell’UE ripreso negli accordi, ricorda, il tribunale arbitrale dovrà rivolgersi alla Corte di giustizia dell’Unione europea e quella interpretazione sarà vincolante.
Da qui la domanda politica che attraversa l’intero intervento: “Stiamo collaborando con l’Unione europea da pari a pari, o stiamo accettando una forma di dipendenza istituzionale?”.
Il discorso si sposta poi sul Ticino e sulla libera circolazione. È qui che Chiesa insiste maggiormente sulle conseguenze concrete del pacchetto. “Da noi gli effetti della libera circolazione non sono teoria. Li viviamo ogni giorno”, afferma, ricordando la pressione esercitata sul mercato del lavoro ticinese dalla vicinanza con una regione caratterizzata da livelli salariali inferiori e citando una disoccupazione giovanile ILO del 13%.
Particolare attenzione viene dedicata alla clausola di salvaguardia, che dovrebbe permettere alla Svizzera di reagire quando la libera circolazione provoca gravi difficoltà economiche o sociali. Per Chiesa il meccanismo è troppo lento e incerto.
“Quando una soglia viene superata, la clausola non scatta. Le misure non scattano. Scatta invece un esame”.
E pone la questione dal punto di vista ticinese: “Se le difficoltà del Ticino saranno valutate nel contesto di un’Europa confrontata con problemi economici ben più profondi, quando saranno considerate abbastanza gravi? La risposta la conosciamo tutti: mai”.
La conclusione è tranchant: “Una clausola di salvaguardia dovrebbe permettere di intervenire quando serve, non quando è troppo tardi. E questa non è una clausola di salvaguardia. È un placebo”.
Altro capitolo centrale è il diritto di soggiorno permanente. Dopo cinque anni di soggiorno come lavoratore, ricorda Chiesa, un cittadino dell’UE potrà acquisire tale diritto insieme ai familiari. E lo status di lavoratore non richiede necessariamente un impiego a tempo pieno né l’autosufficienza economica.
Il senatore cita quindi lo studio Ecoplan commissionato dalla Segreteria di Stato della migrazione, secondo il quale tra 3'000 e 4'000 persone in più potrebbero percepire l’aiuto sociale, per un costo supplementare stimato fra 56 e 74 milioni di franchi all’anno.
“Questi nuovi diritti hanno dunque un costo. Un costo che ricadrà sui Cantoni e sui Comuni, e che alla fine saranno i contribuenti a finanziare”.
Ed è in questo passaggio che Chiesa rivendica apertamente una delle formule politicamente più forti del suo intervento: “Quando diciamo che la politica deve preoccuparsi prima di tutto di chi vive e lavora nel nostro Paese, qualcuno ci liquida con una parola: ‘prima-nostristi’. Per me non è un insulto. È una medaglia”.
Il discorso torna infine al ruolo dei Cantoni e alla doppia maggioranza. Chiesa sostiene che un pacchetto di questa portata non possa essere sottratto al voto di popolo e Cantoni: “Siamo il Consiglio degli Stati. Non possiamo difendere la voce dei Cantoni in quest’aula e considerarla superflua quando la parola passa alle urne”.
Nella parte conclusiva il tono diventa ancora più politico. Chiesa descrive i Bilaterali III non come una singola rinuncia alla sovranità, ma come un processo progressivo: “I grandi cambiamenti istituzionali raramente avvengono in un giorno. Avvengono un passo alla volta: una nuova regola, una nuova procedura, un nuovo vincolo”.
E chiude tornando sul concetto di indipendenza: “Noi non siamo proprietari dell’indipendenza della Svizzera. Ne siamo custodi. L’abbiamo ricevuta da chi è venuto prima di noi. Abbiamo la responsabilità di consegnarla a chi verrà dopo”.
Per la minoranza, conclude Chiesa, la linea di demarcazione passa “tra cooperazione e sottomissione”. La Svizzera deve poter collaborare con Bruxelles e concludere accordi, ma deve restare “libera di dire no quando ritiene che un sì non sia nell’interesse dei propri cittadini”.
Da qui la richiesta finale al Consiglio degli Stati: non entrare in materia sul pacchetto dei Bilaterali III.
Il contrasto politico con il voto di domenica è evidente: l’iniziativa sulla neutralità sostenuta da Chiesa è stata respinta a livello nazionale con il 70,15% di no, mentre in Ticino la distanza è stata molto più ridotta, con il 51,75% di no e il 48,25% di sì.