POLITICA
Bilaterali III, sì alla doppia maggioranza. Chiesa: “Più democrazia, non meno”
Il Consiglio degli Stati approva il referendum obbligatorio. Il consigliere UDC: “Una legittimazione più ampia non indebolisce una decisione, la rafforza”

BERNA – Alla fine il Consiglio degli Stati ha scelto la doppia maggioranza. I Bilaterali III, secondo la Camera alta, dovranno essere sottoposti non soltanto al voto del Popolo, ma anche a quello dei Cantoni. Una decisione arrivata ieri sera, al termine di un dibattito lungo e molto combattuto: 23 voti contro 17 e tre astensioni per il referendum obbligatorio “sui generis”.

È un passaggio importante, ma non ancora definitivo: il dossier dovrà ora proseguire il suo iter al Consiglio nazionale.

La decisione arriva dopo tre giorni nei quali gli Stati si sono confrontati su uno dei dossier politici più significativi della legislatura. La Camera aveva già deciso di entrare in materia sul pacchetto con 29 voti contro 15, dando quindi un chiaro placet alla via bilaterale, pur con forti divisioni su alcuni dei suoi contenuti e soprattutto sulle modalità con cui gli accordi dovranno essere sottoposti al giudizio popolare.

Proprio qui si sono contrapposte due visioni. A livello federale, il ministro degli esteri Ignazio Cassis ha difeso il referendum facoltativo e dunque la sola maggioranza del Popolo, come già avvenuto per i Bilaterali I e II. Secondo Cassis, il nuovo pacchetto non equivale all'adesione a un'organizzazione sovranazionale e non modifica le istituzioni svizzere in misura tale da giustificare il referendum obbligatorio. Anche con la ripresa dinamica del diritto europeo, ha sottolineato, Parlamento e Popolo conserverebbero la possibilità di intervenire.

Sul fronte opposto si è formata una maggioranza trasversale. Non soltanto l'UDC: rappresentanti del Centro, del PLR e dei Verdi hanno sostenuto che la portata istituzionale degli accordi giustifichi una legittimazione più ampia. Andrea Caroni, del PLR, ha parlato del loro carattere “quasi costituzionale”, mentre Heidi Z'Graggen, del Centro, ha richiamato l'equilibrio tra Popolo e Cantoni su cui poggia il federalismo svizzero.

È dentro questo confronto che si inserisce l'intervento di Marco Chiesa. Il consigliere agli Stati UDC ha concentrato il suo discorso proprio sulla portata istituzionale dei Bilaterali III e sul ruolo dei Cantoni.

Per Chiesa, la questione va ben oltre la scelta tecnica tra due forme di referendum. “Dobbiamo decidere qualcosa di molto più profondo”, ha detto: stabilire chi debba avere l'ultima parola su un pacchetto che, a suo giudizio, “modifica l'essenza delle relazioni tra la Svizzera e l'Unione europea”.

Al centro delle sue critiche ci sono la ripresa dinamica del diritto europeo e il ruolo della Corte di giustizia dell'UE nell'interpretazione del diritto europeo interessato dagli accordi. La Svizzera, ha ricordato Chiesa, potrà rifiutare la ripresa di nuove norme, ma un simile rifiuto potrà comportare quelle che gli accordi definiscono “misure compensative”.

Da qui la sua conclusione politica: “Questi accordi indeboliranno la nostra indipendenza e la nostra democrazia diretta e attraverseranno generazioni di cittadini svizzeri”. Per questo, secondo Chiesa, una decisione di tale portata non dovrebbe essere affidata alla sola maggioranza popolare.

Il consigliere agli Stati ha poi affrontato uno dei nodi giuridici emersi durante l'esame parlamentare: il rapporto tra gli accordi e l'articolo 121a della Costituzione, che regola l'immigrazione. Chiesa ha ricordato che esperti ascoltati in Commissione hanno sostenuto che le modifiche alla libera circolazione entrerebbero in conflitto con questa disposizione, introdotta nella Costituzione dal Popolo e dai Cantoni.

“Per me questi argomenti sono convincenti”, ha affermato. E se questa interpretazione fosse corretta, ha aggiunto, la conseguenza sarebbe chiara: il pacchetto dovrebbe essere sottoposto alla doppia maggioranza.

Ma anche ammettendo che il dubbio costituzionale rimanga, per Chiesa la risposta dovrebbe essere una sola: “Più legittimazione democratica, non meno”.

E ha aggiunto uno dei passaggi centrali del suo intervento: “Non possiamo scegliere le regole della nostra democrazia in funzione del risultato che speriamo di ottenere”.

Chiesa ha quindi riportato il ragionamento alle origini del federalismo svizzero. Dal 1848, ha ricordato, l'equilibrio istituzionale poggia su due elementi: da una parte il Popolo, dall'altra i Cantoni. “Una Camera rappresenta la forza dei numeri. L'altra garantisce che la forza dei numeri non sia l'unica a contare”.

Ed è a questo punto che ha portato nel dibattito la realtà ticinese: libera circolazione, frontalieri e pressione sul mercato del lavoro. “Quello che sulla carta è un accordo internazionale, da noi diventa realtà quotidiana”.

Non si tratta, ha precisato, di chiedere privilegi per il Ticino, ma di applicare fino in fondo il principio federale. E ha sintetizzato così quella che considera una contraddizione: “Cari Cantoni, applicate queste regole. Gestitene le conseguenze. Ma quando si tratta di decidere, la vostra maggioranza non serve”.

Chiesa ha ricordato anche due precedenti storici. Nel 1972, sull'Accordo di libero scambio con la Comunità economica europea, decisero Popolo e Cantoni, benché – ha sottolineato – la Costituzione non lo imponesse. Nel 1992, sullo Spazio economico europeo, avvenne nuovamente lo stesso.

Questo non significa, ha precisato, che ogni accordo internazionale debba essere sottoposto alla doppia maggioranza. Il principio che ne ricava è un altro: “Una legittimazione più ampia non indebolisce una decisione. La rafforza”.

Da qui un'altra delle frasi più nette del suo intervento: “Chi è sicuro delle proprie ragioni non teme il vaglio più ampio. Lo cerca”.

Chiesa si è poi rivolto direttamente a Carlo Sommaruga, presidente della Commissione della politica estera, rispondendogli in francese dopo che il socialista ginevrino si era rivolto a lui in italiano. Il consigliere agli Stati UDC ha contestato in particolare il modo in cui era stata rappresentata la posizione della Commissione, ricordando che sulla questione il voto era stato di 8 a 5: “Esiste dunque una maggioranza della Commissione, certo. Ma esiste anche una minoranza molto sostanziale”. Presentare quella maggioranza come la volontà della Commissione ha, secondo Chiesa, “qualcosa di un po' napoleonico: si occupa tutto il terreno e si finisce per considerare che tutto il territorio ci appartenga”. Da Napoleone il discorso è passato alla storia ticinese. Chiesa ha ricordato il 1798, quando a Lugano i volontari luganesi respinsero le truppe cisalpine che volevano annettere la città sull'onda dell'espansione rivoluzionaria francese e scelsero di essere “liberi e svizzeri”.

Nessun paragone diretto con gli avvenimenti di allora, ha precisato lo stesso Chiesa, ma un richiamo a quell'attaccamento alla “libertà di decisione e al federalismo” che, a suo giudizio, dovrebbe farsi sentire anche quando si deciderà sui Bilaterali III.

Infine, il Ticino. Chiesa ha ricordato che Consiglio di Stato e Gran Consiglio, con una maggioranza molto netta, chiedono il referendum obbligatorio e la doppia maggioranza. E ha invitato a non dimenticare questa posizione quando si sottolinea che quindici Governi cantonali preferiscono invece il referendum facoltativo. “Il Ticino fa parte della Svizzera. Il Ticino è un Cantone sovrano e chiede che, su un accordo di una tale portata, anche i Cantoni abbiano l'ultima parola”.

Poi la chiusura: se Popolo e Cantoni diranno sì, sarà una decisione presa insieme. Se diranno no, sarà una decisione con la stessa ampia legittimazione democratica. “La doppia maggioranza non è un ostacolo. Non è una complicazione. È Svizzera”.

Ieri sera, almeno al Consiglio degli Stati, questa linea ha raccolto la maggioranza. Ora la partita passa al Nazionale.

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