POLITICA
Povertà, il paradosso degli aiuti che non arrivano. Più Donne al Governo: "Quante persone ne hanno diritto ma non li ricevono?"
Merlo e Mossi Nembrini interrogano il Consiglio di Stato dopo i dati allarmanti emersi al convegno di Soccorso d'inverno. Nel mirino le difficoltà di accesso alle prestazioni sociali, soprattutto per famiglie monoparentali, working poor e minorenni
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BELLINZONA – La povertà cresce, le famiglie in difficoltà aumentano e c'è chi, pur avendo diritto agli aiuti sociali, non li riceve. Perché non conosce le prestazioni disponibili, perché le procedure sono troppo complicate o perché incontra ostacoli burocratici, linguistici e digitali. Ma quante sono, realmente, queste persone in Ticino? E che cosa sta facendo il Cantone per raggiungerle?

Sono le domande al centro di un'interrogazione parlamentare presentata dalle deputate di Più Donne Tamara Merlo e Maura Mossi Nembrini, che chiedono al Consiglio di Stato di fare chiarezza su un fenomeno tanto preoccupante quanto difficile da quantificare: il mancato ricorso alle prestazioni sociali da parte di chi ne avrebbe diritto.

A riportare il tema al centro del dibattito sono stati i dati e le riflessioni emersi durante la recente conferenza annuale di Soccorso d'inverno, dove l'economista e docente della Supsi Amalia Mirante ha presentato un'analisi della situazione sociale. Un quadro che evidenzia l'aumento della povertà e la presenza di famiglie sempre più invisibili, escluse dalla partecipazione alla vita sociale a causa delle difficoltà economiche.

A rendere ancora più urgente la questione si aggiunge un dato nazionale richiamato dalle due parlamentari: secondo la Rete svizzera diritti del bambino, circa 114'000 bambini vivono in condizioni di povertà in Svizzera. Una situazione che, per molti minorenni, significa anche dover rinunciare allo sport, alla cultura e alle attività ricreative.

Il problema è noto, ma mancano ancora le cifre

La questione non è nuova. Già nel 2021 i deputati socialisti Ivo Durisch e Danilo Forini avevano presentato una mozione sul mancato ricorso alle prestazioni sociali, parzialmente accolta dal Gran Consiglio nel dicembre 2023.

Da allora il Cantone ha avviato alcune iniziative per migliorare l'informazione e l'accompagnamento delle persone in difficoltà. Tra queste, consulenze di prossimità, semplificazione delle comunicazioni e diffusione delle informazioni attraverso i social media.

Nel 2025, una sperimentazione condotta a Lugano e Locarno ha coinvolto 202 persone, per un totale di 305 consulenze.

Ma questi interventi hanno effettivamente permesso di raggiungere chi prima rimaneva escluso dagli aiuti? E quante persone continuano a non beneficiare delle prestazioni cui avrebbero diritto?

È proprio su questo punto che le due deputate chiedono risposte precise.

Il problema, del resto, emerge anche dalle precedenti prese di posizione del Governo. Nel novembre 2023 il Consiglio di Stato aveva indicato la banca dati sul monitoraggio della situazione sociale ed economica della popolazione come possibile strumento per approfondire il fenomeno, pur riconoscendo difficoltà metodologiche.

Nell'agosto 2025, rispondendo a un'interrogazione dei deputati dell'Mps Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini, aveva però precisato che il Servizio delle prestazioni complementari non disponeva di dati e non era in grado di stimare quante persone rinunciassero a richiedere prestazioni pur avendone diritto.

Sportelli sociali, che fine ha fatto il progetto?

Un altro capitolo riguarda gli sportelli regionali di consulenza sociale, il cui principio era stato accolto dal Gran Consiglio nel novembre 2024.

Un gruppo di lavoro misto Cantone-Comuni avrebbe dovuto presentare entro il 30 giugno 2026 un rapporto sugli aspetti organizzativi e finanziari del progetto.

Anche su questo fronte Merlo e Mossi Nembrini chiedono di conoscere lo stato di avanzamento e i risultati concreti.

"Occorre conoscere i risultati di queste misure e le lacune ancora presenti", sottolineano le parlamentari, secondo le quali bisogna verificare se le persone riescano davvero a individuare gli aiuti disponibili, compilare correttamente le domande e ottenere le prestazioni previste dalla legge.

Famiglie monoparentali e lavoratori poveri: chi resta escluso?

Particolare attenzione viene riservata alle famiglie monoparentali, alle persone che lavorano ma non guadagnano abbastanza per vivere dignitosamente e a chi incontra difficoltà linguistiche o digitali.

Le deputate chiedono se il Cantone disponga di stime sul mancato ricorso agli assegni familiari integrativi (Afi) e agli assegni di prima infanzia (Api), quali categorie siano maggiormente penalizzate e se emergano differenze tra uomini e donne, tipologie familiari e regioni del Ticino.

Un interrogativo specifico riguarda i bambini: quanti minorenni vivono in famiglie che, pur avendone diritto, non ricevono una o più prestazioni sociali?

E ancora: quali interventi intende adottare il Governo per rendere formulari e informazioni più comprensibili, sviluppare materiali in lingua facile e semplificare le procedure amministrative?

Le due parlamentari chiedono inoltre che siano indicati tempi di attuazione e servizi responsabili delle misure previste.

La questione di fondo è anche politica: non basta prevedere un aiuto sociale sulla carta se poi una parte delle persone che ne avrebbe diritto non riesce concretamente ad accedervi.

E c'è una distinzione che Merlo e Mossi Nembrini ritengono essenziale: quella tra chi non riceve una prestazione pur avendone diritto e chi, pur trovandosi in difficoltà economiche, non soddisfa i requisiti stabiliti dalla legge.

Due situazioni diverse, che pongono interrogativi altrettanto diversi sull'efficacia e sull'adeguatezza del sistema di protezione sociale ticinese.

Ora la parola passa al Consiglio di Stato. Che dovrà chiarire non soltanto quali strumenti siano stati messi in campo, ma soprattutto se funzionano e quante persone continuano a rimanere escluse dalla rete degli aiuti.

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