Politica
12.01.2017 - 18:130
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

«Tradita dal mio ex e dalle autorità, che ritenevo essere la forza della Svizzera. E ora devo lasciare mio figlio».

Una storia d'amore finita male la costringe a finire in assistenza, poi la donna, ucraina, trova lavoro. Ma scade il permesso B e domani deve lasciare il paese e il figlio di 11 anni

LUGANO - Questa è la storia di una madre che, se nulla cambierà, domani dovrà lasciare la Svizzera e suo figlio di 11 anni. Cittadina ucraina, ha vissuto a Lugano per gli ultimi 18 anni, e sul suo capo pende una procedura di espulsione al 13 gennaio, ovvero domani. È lei stessa a mostrarci i documenti, la richiesta di esame dell'avvocato inoltrato a maggio e la decisione di non entrare nel merito, e a raccontarci la sua storia. Nel 2004 ha incontrato un uomo, «l'amore della mia vita, o almeno così pensavo», ci dice tristemente. Fra i due, tutto sembra andare bene, decidono di vivere insieme e un anno dopo nasce un figlio. «Nonostante fossimo diventati una famiglia, lui non ritenne mai necessario il matrimonio, ed io nella mia ingenuità assecondai la sua volontà, anche perché credevo nel nostro amore. Il mio cuore mi diceva che eravamo sposati, che eravamo una bella famiglia, e questo era tutto ciò che contava per me. Lui si fece “garante” della mia persona, e tramite la scuola e il lavoro ottenni anche il permesso B nel 2004». Il compagno lavora, e lei rimane a casa ad accudire il figlio e a fare la casalinga. Quando il figlio ha sei anni, però, cambia tutto. «Lui non tornava quasi mai a casa, e richiese l'affidamento del bambino a mia insaputa, come se mi stesse nascondendo qualcosa. A quel tempo non capivo. Ma poi tutto diventò chiaro: mi tradiva e frequentava un'altra donna, che è ancora oggi la sua attuale compagna, con cui ha avuto in seguito un figlio. Inutile dire che la notizia fu uno shock tremendo: il sogno di una famiglia unita ed amorevole era svanito». La donna era distrutta, e nel 2012 deve lasciare la casa dove viveva col compagno. Nonostante tutto, si fa forza per il figlio, il cui affidamento era del padre ma che stava quasi tutto il tempo con lei. «Nonostante il mio dolore e l'incertezza per il mio futuro e quello di mio figlio, continuai a svolgere le faccende quotidiane, cucinare, lavare e stirare, nonché portare il bambino a scuola, giocare con lui, guardare insieme la TV, incontrare i suoi compagni di scuola ed i suoi amici, educandolo e dedicando tutta la mia vita a lui, che ormai era rimasto l'unico amore della mia vita». Senza stipendio e allontanata da casa, finisce in assistenza, ma riesce a trovare sempre alcuni lavori, come barista e donna delle pulizie, per mantenersi. Il peggio deve però ancora arrivare: nel 2015 scade il permesso di soggiorno, e dopo due anni di opposizione, la sentenza definitiva è che la donna deve lasciare la Svizzera entro domani. «Mi sembra di vivere un incubo, ancora adesso non riesco a capire come sia possibile questa situazione. Come madre straniera di un bambino svizzero, nato e cresciuto in Svizzera, pensavo di avere il diritto di restare in Svizzera e frequentare mio figlio», si sfoga. «Sono stata vittima delle decisioni del mio ex compagno, il quale ha deciso non solo di trovarsi un'altra famiglia, ma anche di porre le condizioni affinché io venga allontanata dalla Svizzera. Sono incensurata, non ho problemi se non quello di essere una mamma disperata». La sua sensazione è di essere tradita, «da quelle autorità che ho sempre ritenuto la grande forza della Svizzera. Mi sento trattata come un numero, senza alcun riguardo umano, né tantomeno riguardo alla volontà di mio figlio che non vuole veder negata la possibilità di trascorrere del tempo con sua madre», termina. Il 13 gennaio è dietro l'angolo: domani deve lasciare il paese.
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