Politica
20.02.2017 - 23:250
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

Se la dolce morte viene accettata, "preferite che qualcuno si butti sotto un treno?". E la questione non è se ma dove

Il caso portato alla luce da Fonio a Chiasso ha scatenato di nuovo la discussione su una pratica che solitamente divide ma in questi giorni pare trovare grande apertura. Ma dove si può morire?

CHIASSO - Un caso segnalato da Giorgio Fonio, in un appartamento di uno stabile come tutti gli altri in via San Gottardo a Chiasso, ha riaperto il dibattito. La dolce morte, ovvero il suicidio assistito, può essere praticato negli appartamenti? È di qualche mese fa la polemica relativa al fatto che, nelle cliniche e negli ospedali, così come nelle case per anziani, è proibito, quanto meno in Ticino. C'è Exit, ma evidentemente altri scelgono altre vie, come pare sia accaduto a Chiasso, senza l'autorizzazione richiesta prima in Municipio. "A te andrebbe bene se nel tuo condominio si insediasse una di queste associazioni e dunque, settimanalmente, dovresti convivere con il dramma della morte? Magari anche in presenza di figli piccoli?", chiede Giorgio Fonio nella discussione scatenatasi via Facebook sulla sua bacheca, pur precisando che si parla di "una pratica che aldilà delle ideologie personali di ognuno di noi merita un'approfondita riflessione e non può essere banalizzata in contesti che potrebbero urtare le varie sensibilità". Dunque, il giudizio non è legato alla scelta in sé, ma al luogo. "Forse bisogna farsi un'idea della casistica... non penso che ci siano suicidi assistiti tutti i giorni. Poi cosa centrano i bambini? Non mi risulta che gli ospedali o i cimiteri debbano stare fuori dalle zone residenziali", gli risponde per esempio Jessica Bottinelli, collega di Consiglio comunale. Quello che colpisce è come, nei commenti, la maggior parte delle persone si dica favorevole alla scelta di poter morire quando vorrà, una volta malato. "Dovresti domandarti perché Dio oltre a regalarci la vita, Dio regala il cancro alla persona quando è in fin di vita?", riflette, in modo molto crudo, qualcuno, riportando la frase di un giovane malato di leucemia che scelse di morire con Exit. "Prima di esprimerti sul suicidio assistito aspetta di aver 70/80 anni. Di avere una vita di dolore e di non farcela più. Di non aver futuro ma solo sofferenza e di non voler più vivere. Preferisci che un anziano si butti da un ponte o sotto un treno piuttosto di finirla dolcemente? Meno male che ora c'è chi ti aiuta a farla finita se è una tua scelta", afferma qualcun altro, riportando la teoria di un'anziana. E non solo sulla bacheca di Fonio si parla di libera scelta. Corrado Mordasini ha intavolato un'altra discussione, per raccogliere pareri, e prevale la teoria che, a un certo punto, quando la vita di fatto non appartiene più, vuoi perché l'anzianità non permette di ragionare in modo lucido, vuoi perché una malattia costringe a vivere fra ospedali e sofferenza, si può scegliere di andarsene. Dove, semmai, è diverso: qualcuno sostiene che andrebbe a trovare e salutare il vicino di casa prima di una scelta simile, altri ritengono che l'andirivieni di bare e di parenti in lacrime potrebbe essere dannoso per la salute psicologica di chi vive a fianco (come riporta anche Fonio in una sentenza). C'è chi afferma che non ricorrerebbe mai a una scelta simile ma che desidera che chi vuole possa farlo, paragonando un po' il tema a quello dell'aborto: non perché non lo farei, non sono d'accordo sul fatto che si possa fare. Ad affermare convinti che il suicidio assistito è un diritto sono i Liberi Pensatori, in una nota. "In Svizzera il suicidio assistito è considerato dall’art. 115 del Codice penale un atto non punibile. A livello nazionale, il tentativo di lanciare un'iniziativa popolare per vietare l’accompagnamento alla morte è miseramente fallito. In Svizzera il rispetto delle libertà individuali sui grandi temi della vita è un concetto largamente diffuso. In Ticino invece si fatica a trovare soluzioni. E così il suicidio assistito continua a non essere permesso negli ospedali e si usano argomentazioni pretestuose per negarlo, come quella della precedenza alle cure palliative per i malati in fase terminale. Queste sono sicuramente preferibili all’accanimento terapeutico, ma non possono e non devono escludere la libertà di scelta della persona. Bisogna finalmente superare resistenze ataviche, in particolare quelle moraliste basate solo sulla religione", affermano, contestando i titoli dei giornali sull'episodio di Chiasso, "quasi che il suicidio assistito rappresentasse una calamità naturale". Dunque, riassumendo i pensieri, va bene la possibilità di scegliere di morire, il dove è da discutere. Chissà se un'opinione così diffusa servirà a cambiare la legge, che non permette di applicare la "dolce morte" nelle strutture, oppure se rimarrà la solita discussione.
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