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04.07.2018 - 14:450
Aggiornamento : 05.07.2018 - 10:35

Svizzera, il giorno dopo. Siamo questi, punto. E basta inno e aquile: chi non si riconosce, non tifi

La squadra a disposizione, al momento è quella che si è vista. Eventuale ricambio? Dovrà essere bravo Petkovic, ma all'orizzonte si vedono poche forze fresche. La polemica con la Serbia ha sicuramente influito, tagliando in due il mondiale rossocrociato. Ma assieme al Messico siamo gli unici a non aver segnato agli ottavi

SAN PIETROBURGO – La Svizzera torna a casa, sconfitta da una Svezia che ha saputo fare della compattezza del saper sempre cosa fare in campo per non lasciare spazi ed ha anche avuto un po’ di fortuna. C’è da dire che ormai gli scandinavi, sorpresa fra le qualificate, lo sono fino a un certo punto: non belli a vedere, hanno eliminato abbastanza compagini importanti per meritare di essere lì.

Resta l’amaro in bocca di aver incontrato, in ogni caso, una delle avversarie più abbordabili. E che tutti, anche chi partiva sfavorito, forse a parte il Messico, l’unica altra squadra a non segnare negli ottavi, hanno dato del filo da torcere alle favorite, dal Giappone alla Colombia.

Che dire, dunque? Alla Svizzera manca un centravanti che segni. La Svizzera ha sbagliato l’approccio per quattro partite. Forse, i limiti sono quelli, e cercare di voler pretendere di più è difficile. D'altronde, la generazione d’oro ora non è navigata, e questo faceva sperare che fosse la volta buona. Ricambi? Sembra una beffa dirlo ora, ma onore ad Akanji. Embolo è nel giro della Nazionale da un po’, ma l’attaccante del futuro dovrà essere lui.

L’impressione è che il culmine si sia raggiunto dopo la vittoria con la Serbia, e che le aquile e le polemiche abbian segnato un punto di svolta, negativo, nel mondiale. Dopo, la Svizzera non è più stata la stessa. Con Costa Rica si poteva parlare di calo di pressione, al limite, con la Svezia no. In molti si sono domandati se la verve messa da Xhaka e Shaqiri nel loro “derby” è sparita.

E via alle polemiche. Non sappiamo cosa è passato nella loro testa, sarebbe pretestuoso. Ieri non hanno giocato bene, però sono due calciatori che al momento servono alla Svizzera, perché alternative migliori non ve ne sono. Dunque, mi viene un’altra riflessione. Quando si vince, tutti uniti e fieri. Quando si perde, arrivano le critiche. Come sempre nel calcio. Però le critiche sono che i giocatori non cantano l’inno, che non si sentono realmente svizzeri, che non sono “i nostri”.

È un peccato. Perché sono polemiche vecchie. Da quanti anni si parla dell’inno, ormai? Certo, è bello vedere undici giocatori abbracciati che cantano a squarciagola. Però si è detto e ridetto. La nostra è una società multietnica, e in fondo di naturalizzati ve ne sono in ogni nazione.

Il punto è che la Svizzera, come nazionale calcistica, ha questi come migliori giocatori. Se già fatica a fare il salto di qualità, senza di loro rischierebbe di non arrivarci neppure, al Mondiale. Quindi, non resta che una cosa. Parlare di calcio.

Ovvero, basta inno, aquile, passaporti e bandiere sulle scarpe. Anche per i giocatori. Per i tifosi. Se qualcuno ritiene che questa squadra non rappresenti la “svizzeritudine” e preferisce non tifarla, lo faccia. Dica che non vi si riconosce e non la sostenga, però sia coerente sia quando si pareggia col Brasile sia quando si perde con la Svezia. I calciatori hanno fatto la loro scelta, sia essa per cuore, per sentimenti, per convenienza, per riconoscenza. L’hanno fatta. Deve farla anche il pubblico.

Qualcuno dice che siamo una nazione neutrale anche nel calcio, che non ci esaltiamo per una partita. Non è del tutto vero. I successi facevano ribollire le piazze, è più facile essere entusiasti nelle vittorie, purtroppo. Magari, non viviamo di calcio come i vicini della Penisola o i brasiliani. Siamo una nazione più da hockey, che si esalta per Ambrì e Lugano più che per la nazionale. Potrebbe essere. Non ci sarebbe nulla di male.

Insomma, di questo mondiale restano sorrisi e dispiaceri. Resta una frase: siamo questi. Per ora. Dovrà essere bravo Petkovic eventualmente a pescare per un ricambio, anche graduale perché non è assolutamente tutto da buttare. Ma i miracoli non può farli. Siamo questi, punto. E così torniamo a casa.

Paola Bernasconi

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