"Il Ticino deve dotarsi degli strumenti necessari per intervenire quando viene meno la credibilità di chi esercita una funzione pubblica e deve tornare a considerare il senso dello Stato un requisito essenziale per assumere quella funzione"

di Giorgio Fonio *
La fiducia nelle istituzioni è un patrimonio invisibile, del cui valore ci accorgiamo quando comincia a mancare.
Si costruisce attraverso la certezza che le regole valgano per tutti e che chi esercita il potere sappia assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Quando questa certezza si indebolisce, ogni silenzio diventa un dubbio e ogni ritardo alimenta il sospetto che esistano trattamenti diversi, a seconda dell’importanza della persona coinvolta. È dentro questa cornice che va letta la vicenda di Claudio Zali, una vicenda che, è bene precisarlo, supera il singolo caso e investe la credibilità delle istituzioni.
Quanto accaduto arriva dopo altre situazioni recenti che hanno lasciato aperti molti interrogativi, senza che la popolazione ricevesse risposte capaci di orientarla. La separazione dei poteri e la presunzione d’innocenza sono fondamenta irrinunciabili dello Stato di diritto, ma non impediscono alle autorità di informare la popolazione, né possono essere invocate per giustificare il silenzio. Proprio qui la comunicazione istituzionale assume il suo significato più profondo, poiché è durante una crisi che lo Stato deve rendere visibile la sua presenza e indicare la direzione intrapresa.
Se questa voce arriva tardi, o si limita sterilmente a richiamare le procedure, il racconto viene costruito altrove, attraverso i media e i rumors, generando nella popolazione la sensazione che nessuno stia governando la situazione. La storia delle registrazioni diffuse sui social, mostra quanto abbia pesato questa assenza. Quei contenuti circolavano da tempo, eppure la vicenda è rimasta sospesa fino alla lettera dei tre presidenti di partito, con la quale sono stati chiesti chiarimenti direttamente al consigliere di Stato. E, successivamente, per il fatto che il Corriere del Ticino ha reso pubblica la vicenda. Quel gesto ha reso finalmente pubblica una domanda, che molti avevano evitato di porre, ricordando a tutti che assumersi una responsabilità politica, significa riconoscere il momento nel quale continuare a tacere diventerebbe una rinuncia al proprio ruolo.
Da questa responsabilità discende il dovere di proteggere chi denuncia un sopruso o chiede chiarezza, garantendo che la segnalazione sarà ascoltata con serietà e che chi si espone non dovrà temere quel dileggio che in Ticino è stato sdoganato da troppi anni, generando un clima nel quale prendere la parola può diventare più doloroso del silenzio.La crisi ha portato alla luce anche la fragilità degli strumenti disponibili quando una persona eletta decide di restare al proprio posto, malgrado siano venute meno le condizioni politiche per esercitare la sua funzione.
Al fine di proteggere lo Stato, questo vuoto dovrà essere colmato attraverso l’adozione di principi etici di condotta che esulino dalle questioni giuridiche e penali, pur nella consapevolezza che nessun codice comportamentale potrà sostituire il senso di responsabilità personale per chi assume una carica pubblica. La competenza tecnica costituisce una condizione importante, alla quale deve però affiancarsi una caratura personale adeguata al ruolo, perché chi accetta gli onori di una funzione, deve assumerne anche gli oneri e fare un passo indietro quando la propria permanenza danneggia l’istituzione rappresentata, indipendentemente dai torti o dalle ragioni personali accertati. Il Ticino deve dotarsi degli strumenti necessari per intervenire quando viene meno la credibilità di chi esercita una funzione pubblica e deve tornare a considerare il senso dello Stato un requisito essenziale per assumere quella funzione.
* consigliere nazionale Il Centro