Il presidente del PLR di Lugano riflette sul futuro dei partiti storici: tra sfiducia, nuovi movimenti e necessità di rinnovamento, una difesa della tradizione che non nasconde gli errori del passato

Quale futuro attende i partiti storici, in un panorama politico in cui nuove formazioni cercano spazio e consenso, spesso facendo leva sulla crescente sfiducia verso quelle tradizionali? È la domanda attorno alla quale ruota una riflessione di Paolo Morel pubblicata mercoledì 7 ottobre sul CdT.
Il presidente della sezione luganese del PLR difende il patrimonio di esperienza, competenze e radicamento dei partiti storici, ma riconosce che questo patrimonio, da solo, non basta più a garantirne la credibilità. Occorrono rinnovamento, trasparenza e capacità di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. E soprattutto, sostiene, bisogna distinguere tra la facilità di raccogliere consenso attraverso la protesta e la complessità di governare.
Riprendiamo di seguito integralmente il suo intervento.
di Paolo Morel, presidente PLR sezione di Lugano
Per un presidente parlare di partiti è «piacevole quanto una pulizia dei denti, ma altrettanto inevitabile». Senza bisogno di essere fini conoscitori delle dinamiche politiche appare evidente come nuove realtà politiche cerchino di guadagnarsi l’attenzione degli elettori cavalcando le debolezze, gli errori e i difetti dei partiti storici.
La crescita della sfiducia verso i partiti tradizionali non significa necessariamente che questi abbiano perso ogni funzione: in una democrazia matura i partiti continuano a offrire garanzie strutturali che i movimenti più recenti, soprattutto se piccoli o personalistici, possono avere difficoltà a garantire.
I partiti hanno esperienza nelle istituzioni e conoscono i meccanismi della politica e dell’amministrazione. Non dipendono da una sola persona, ma possono contare su una struttura radicata, una storia e persone formate nel tempo. Devono confrontarsi con temi diversi, non possono limitarsi a una singola questione o materia e devono trovare compromessi tra interessi differenti.
La storia dei partiti è una forza solo se non diventa un alibi. Esperienza, competenza e radicamento contano, ma non bastano. Un partito storico resta credibile se sa rinnovare persone, idee e metodi. È qui la vera sfida: conservare ciò che funziona, avere il coraggio di cambiare ciò che non funziona e permettere agli elettori di giudicare i risultati. Un partito storico possiede un capitale costruito nel tempo di esperienza, competenze, persone, relazioni e organizzazione, ma soprattutto ha una storia che può essere verificata.
Spesso sentiamo frasi come «Si stava meglio 20 o 30 anni fa», e allora forse dovremmo chiederci: chi governava il paese, con maggioranze vere, in quegli anni?
C’è una differenza fondamentale tra protestare e governare. Dire «Questo sistema non funziona» può creare consenso, ma governare significa decidere. La democrazia non è solo esprimere preferenze, ma trasformarle in decisioni concrete. Ed è qui che esperienza e organizzazione diventano decisive.
Questo significa che i partiti storici sono stati capaci di cavalcare gli ultimi 20 o 30 anni senza fare errori? Assolutamente no. Per questo penso che il partito del futuro potrebbe non essere più il partito «ideologico» del Novecento, fondato su un’appartenenza permanente. Potrebbe diventare una sorta di piattaforma politica stabile, capace di offrire una visione di lungo periodo, una classe dirigente preparata, competenze tecniche, una struttura territoriale, meccanismi democratici interni, maggiore trasparenza finanziaria, capacità di selezionare e sostituire i propri leader, maggiore responsabilità sui risultati e apertura a idee provenienti dalla società e dai nuovi movimenti.
In questo modello, la storia non è un valore in sé, ma diventa un valore quando produce competenza e affidabilità. Un partito non merita fiducia perché è vecchio, merita fiducia perché è verificabile.
Un nuovo movimento può essere convincente perché promette di cambiare tutto, ma l’elettore dovrebbe chiedersi anche: «Se gli do il mio voto e tra cinque anni il risultato sarà negativo, chi sarà ancora lì a risponderne?».
Questa è forse la differenza più profonda tra una forza politica che cerca consenso e un’organizzazione politica che si assume responsabilità dal 1848.