Tribuna
14.03.2019 - 17:120
Aggiornamento : 15.03.2019 - 16:34

In coda alla legislatura la Lega lancia la "tassa" sui frontalieri: "Preleviamo l'1% del salario, paghino anche i datori di lavoro"

Per un gruppo di leghisti, il lavoratore frontaliere e il suo datore pagherebbero un contributo, che andrebbe a finire in un fondo perequativo, da utilizzare per misure che aiutino il mercato indigeno e il ricollocamento

BELLINZONA – Un prelievo sui salari dei lavoratori frontalieri, pagati dal lavoratore e dal datore di lavoro, che confluiranno in un “fondo perequativo si potrà compensare, almeno in parte, il minor potere di acquisto per i residenti e attivare una serie di attività per favorire l’accesso al lavoro ai tanti nostri giovani che oggi fanno una grandissima fatica a trovare un primo impiego”. Insomma, una sorta di “tassa”, che corrisponderebbe all’1% del salario.

A chiederla con un’iniziativa parlamentare i leghisti Boris Bignasca, Fabio Badasci, Sabrina Aldi, Andrea Zanini, Lelia Guscio, Bruno Buzzini, Giancarlo Seitz, Mauro Minotti, Nicholas Marioli, Ivano Lurati e Omar Balli. La proposta consiste in due punti:

"1) Prelievo ai frontalieri
Introduzione di un prelievo dell’1% del salario lordo di tutti i lavoratori con permesso G. La quota di ripartizione del prelievo fra lavoratore e datore di lavoro verrà decisa dal Gran Consiglio.

2) Creazione di un fondo perequativo
Il prelievo dell’1% dovrà essere versato in un fondo perequativo a favore del lavoro. I fondi raccolti saranno destinati in particolare a programmi di inserimento professionale dedicati ai giovani residenti ed al reinserimento professionale dei disoccupati over 50, oppure come possibili incentivi alle aziende che assumono prevalentemente personale residente".

“Tra poco il Gran Consiglio dovrà chinarsi sul salario minimo, principio approvato dal popolo ticinese nel giugno 2015. Una base minima salariale uguale per tutti nasconde in verità una manifesta disparità tra lavoratori residenti e frontalieri. Disparità data dai differenti oneri, primi fra tutti imposte e cassa malati e soprattutto dal differente potere di acquisto riferito al salario netto disponibile. Il lavoratore frontaliere gode di un trattamento fiscale favorevole, non deve sostenere privatamente i costi per la cassa malati e soprattutto beneficia di un costo della vita nel suo paese di residenza nettamente inferiore a quello svizzero. Sappiamo tutti che in Italia il costo della vita è di circa il 30% inferiore al nostro. Queste condizioni quadro completamente diverse confermano come il salario lordo minimo uguale per tutti sia in realtà una misura discriminatoria per i lavoratori residenti rispetto ai colleghi residenti in Italia. La vera parità dovrebbe concretizzarsi sulla base del salario netto disponibile”, così giustificano, precisando che “non si tratta di primanostrismo, ma di inserire dei correttivi allo scopo di mitigare le differenze per garantire più equità e nel contempo favorire dei progetti di lavoro, in particolare per i nostri giovani”.

La loro misura è dunque l’introduzione di “un prelievo sui salari dei lavoratori frontalieri, pagato in modo paritetico con i datori di lavoro. Questo prelievo avrebbe il pregio di ridare più equilibrio ma soprattutto facendo confluire le trattenute in un fondo perequativo. Il principio non va applicato ai soli lavoratori frontalieri che beneficeranno del nuovo salario minimo ma dovrà essere esteso a tutti i permessi G. Un contributo pari all’1% del salario lordo, suddiviso in due tra lavoratore e datore porterebbe nelle casse del nuovo fondo perequativo una cifra relativamente importante per dare maggiore equilibrio e un importante segnale politico verso il Ticino che lavora e che tutti i giorni è confrontato con il problema”.

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