POLITICA
Marioli porta il dialetto a Bellinzona. Ma con lui quasi tutti i partiti...
Il neo granconsigliere ha inoltrato un'iniziativa parlamentare generica per l'inteoduzione di corsi di dialetto facoltativi nelle scuole elementari e medie

BELLINZONA – Era stato l’autore di una mozione a Lugano per introdurre dei corsi facoltativi di dialetto, che era stata approvata ma di cui poi si fatica a vedere le conseguenze. Quello della lingua locale è un punto chiave per Nicholas Marioli, che entrato da pochissimo in Gran Consiglio al posto di Frapolli, lancia la sua prima iniziativa parlamentare generica sul tema, assieme ai compagni di partito leghisti Daniele Casalini e Giancarlo Seitz, a Paolo Pamini e Tiziano Galeazzi de La Destra, a Franco Denti dei Verdi, a Raffaele De Rosa del PPD e ad Andrea Giudici del PLR. Molte forze dunque a favore del dialetto, manca solo il PS fra i partiti maggiori (oltre a PC, MPS e MontagnaViva fra quelli in Parlamento).

“L’insegnamento del dialetto è impartito in tutte le scuole elementari e medie. La frequenza degli allievi all’insegnamento del dialetto è facoltativa ed è accertata all’inizio di ogni anno dall’autorità scolastica mediante esplicita richiesta alle autorità parentali, rispettivamente agli allievi se essi hanno superato i diciotto anni d’età. La designazione degli insegnanti, la definizione dei piani di studio, la scelta dei libri di testo, del materiale scolastico e la vigilanza didattica vengono preavvisati dal Centro di Dialettologia e di Etnografia. La vigilanza amministrativa compete alle autorità scolastiche”, sono i punti che si vorrebbero introdurre nella Legge della scuola.

“In base alle pubblicazioni Ustat del 2017, in Ticino circa il 30% della popolazione si esprime e comprende correttamente la lingua locale. A fare da capofila è la Valle di Blenio nella quale ben il 69% della popolazione parla e comprende il dialetto, a seguire la Vallemaggia (58%), Leventina (54%), Riviera (43%), Bellinzonese (38%), Mendrisiotto (31%), Locarnese (28%) ed infine il Luganese con solo il 23%. Or dunque il dialetto si può tranquillamente affermare che sia ancora ben introdotto nella realtà ticinese, nonostante la globalizzazione degli ultimi decenni”, si legge.

“È necessario che anche i giovani per lo meno passivamente comprendano le variate lingue locali, anche per poter instaurare dei buoni rapporti con tutte le componenti locali del nostro Cantone: dall'ambiente bancario all'ambiente contadino, dai giovani ai “noss vècc”. Oltre che ad una integrazione “sociale” è auspicabile anche per quanto riguarda la tematica dell’integrazione degli stranieri, i quali avrebbero a disposizione uno strumento efficace per agevolare la propria integrazione nel contesto e nel tessuto ticinese”, sostengono i deputati, citando anche un’intervista del nostro portale a Franco Lurà, allora
direttore del centro di dialettologia e di etnografia, che si disse favorevole a dei corsi a 360°.

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