"Diciamolo chiaramente: il problema non sono i toni, ma le domande. Ma soprattutto che qualcuno continui a pretendere di scegliere quali siano legittime e quali no"

Riceviamo e pubblichiamo a firma del Segretario del Movimento per il socialismo
Per sapere chi e come si è occupato, a livello istituzionale, delle vicende che da tempo ormai investono Claudio Zali e alcuni dei suoi comportamenti, a dir poco inadeguati, basterebbe fare una cosa semplicissima: inserire il suo nome nel motore di ricerca del Gran Consiglio, alla voce "Ricerca messaggi governativi e atti parlamentari". Negli ultimi due anni troverete diverse interpellanze rivolte al Governo dai deputati dell’MPS, alle quali si aggiunge una domanda formulata da altre deputate negli ultimi giorni.
Ebbene: queste interpellanze, che avevano come oggetto proprio i comportamenti di Claudio Zali, non hanno ricevuto alcuna risposta. In diversi casi, l’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio (composto dai rappresentanti dei partiti che formano un gruppo in Parlamento, vale a dire PLR, Centro, Lega, PS, UDC e Verdi) ha deciso, a maggioranza, di trasformarle in interrogazioni. Ricordiamolo: l’interpellanza è una domanda alla quale il Governo deve rispondere in aula durante le sedute del Gran Consiglio e sulla quale gli interpellanti possono chiedere l’apertura di una discussione generale. All’interrogazione segue invece una risposta scritta da parte del Governo entro 60 giorni. Ebbene, nessuno di questi atti parlamentari ha finora ricevuto risposta.
Evidentemente, non siamo sorpresi. È già successo con il caso Hospita. Per un paio d’anni abbiamo posto una serie di domande alle quali il Governo ha sistematicamente rifiutato di rispondere, invocando l’esistenza di procedimenti giudiziari. Poi, nel giugno 2025, abbiamo presentato quella che è ormai diventata la nostra "famosa" interrogazione: un atto che riprendeva e sviluppava ulteriormente le domande che avevamo posto nei due anni precedenti. A quel punto, però, non era più possibile continuare a far finta di niente. Ed ecco che il Parlamento ha deciso di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI), proprio per dare risposta a una serie di domande che i deputati dell’MPS ponevano ormai da anni. Prima si tace. Poi, quando il silenzio diventa politicamente insostenibile, si scopre improvvisamente che le domande erano fondate.
Ma la classe politica che ci governa, anche quando è costretta a piegarsi a un minimo di trasparenza, non dimentica e, soprattutto, non cambia l’atteggiamento di fondo. Lo dimostra, ancora una volta, proprio quanto accaduto dopo le domande poste sul caso Hospita. Alcune delle persone coinvolte (in particolare Sabrina Aldi e Cristina Maderni) hanno inoltrato una querela contro i deputati dell’MPS. Per poter proseguire nel suo iter, la Procura ha quindi chiesto al Gran Consiglio se intendesse togliere l’immunità parlamentare ai deputati dell’MPS Sergi e Pronzini.
Il Gran Consiglio ha deciso di mantenere l’immunità parlamentare dei due deputati, ma è il risultato del voto, a scrutinio segreto e senza una discussione preliminare, è stato particolarmente significativo. Su circa ottanta deputati presenti, ben 33 o 34 hanno votato per togliere l’immunità. Quasi la metà. Un dato che dovrebbe far riflettere. E che dice molto più di tante dichiarazioni ufficiali, di tanti richiami alla moderazione e di tanti appelli alla "correttezza" istituzionale. Aiuta a capire quanto siano, per usare un eufemismo, singolari gli appelli che sentiamo in questi giorni sul caso Zali: quelli a "seguire le vie corrette nel porre i problemi", a "evitare la gogna mediatica dei protagonisti", a non usare "toni eccessivi" e via discorrendo.
Ma quali sarebbero, esattamente, queste "vie corrette"? Sono forse quelle che abbiamo seguito per anni sul caso Hospita, ottenendo come risposta il silenzio? Sono quelle che abbiamo seguito presentando interpellanze e interrogazioni su vicende che interressavano Zali e che il Governo non si è nemmeno degnato di discutere pubblicamente? Oppure la "via corretta" consiste nel porre domande solo quando non disturbano nessuno?
La realtà è un’altra: chi pone domande scomode seguendo gli strumenti istituzionali previsti viene spesso attaccato proprio perché pone quelle domande. E tanto più quando le questioni toccano i rapporti fra politica, magistratura ed economia. Da una parte ci si richiama alla correttezza istituzionale. Dall’altra, quando gli strumenti istituzionali vengono effettivamente utilizzati per chiedere conto di comportamenti e responsabilità politiche, cala il silenzio.
E allora diciamolo chiaramente: il problema non sono i toni. Il problema sono le domande. E, soprattutto, il problema è che qualcuno continui a pretendere di scegliere quali domande siano legittime e quali no. Non è certo questo il momento di fervorini elettorali: ma invitiamo tutti e tutte a riflettere sulla necessità di rafforzare, anche a livello elettorale, quelle forze politiche che cercano di opporsi a tutto questo.