Don Feliciani: "Chiesa ci invita a considerare ogni cosa con la sapienza del cuore e con la consapevolezza dell’universalità della salvezza"

di Don Gianfranco Feliciani
Tra pochi giorni è l’Epifania che tutte le feste porta via... Epifania è una parola della lingua greca che significa “manifestazione”. E noi applichiamo questo termine alla manifestazione di Gesù al mondo intero. Gesù, infatti, non è soltanto il Messia del popolo ebraico, ma è il Messia e il Salvatore di tutta l’umanità. Quei misteriosi Magi venuti dall’Oriente per rendere omaggio al Bambino di Betlemme sono i rappresentanti di tutti i popoli della terra ai quali è rivelata la salvezza di Dio. Già i profeti dell’antico Testamento avevano presagito questa universalità della salvezza messianica: “Cammineranno le genti alla tua luce” (Isaia 60,3), perché questa è la volontà del Padre: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1 Timoteo 2,4).
Questa volontà di Dio di farsi conoscere per offrire a tutti la salvezza non si è certo conclusa con l’esperienza storica di Gesù, ma si prolunga incessantemente attraverso la vita e la missione della Chiesa. In una delle sue pagine più mirabili il Concilio Vaticano II espone questa verità con le seguenti espressioni: “Siccome la Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano... intende con maggiore chiarezza illustrare ai fedeli e al mondo intero la sua natura e la sua missione universale. Le condizioni del nostro tempo rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente uniti da vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire una piena unità in Cristo” (Lumen Gentium).
Queste parole scritte sessant’anni or sono ci appaiono di una attualità straordinaria! Oggi, confrontati con il fenomeno dell’immigrazione, della multiculturalità, dei nuovi mezzi di comunicazione sociale, e tentati come siamo di reagire spesso con la paura e la chiusura, la Chiesa ci invita a considerare ogni cosa con la sapienza del cuore e con la consapevolezza dell’universalità della salvezza. Tutto ciò non è ingenuo buonismo, ma volontà di affrontare le sfide attuali con la certezza che il futuro del mondo si chiama: incontro, accoglienza, dialogo, integrazione, fraternità. Paolo VI, con un’espressione formidabile, la chiamava “La civiltà dell’amore”!