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L'economia con Amalia
09.10.2022 - 08:250

L'inflazione e le sue conseguenze

Amalia Mirante: "La corsa all'aumento dei prezzi non sembra rallentare"

*Di Amalia Mirante

La nostra informazione domenicale comincia con un uno sguardo dell'Economia con Amalia alla situazione internazionale. Purtroppo anche questa settimana è l'inflazione e le sue conseguenze a farla da padrona. I dati pubblicati di Germania, Italia e Eurozona non sono per niente rassicuranti: la corsa all'aumento dei prezzi non sembra rallentare. La Germania ha toccato il suo record dal 1950 arrivando a un rialzo dei prezzi annuali del 10%. "Crisi energetica: inflazione, recessione e perdita di ricchezza" è il titolo del rapporto preparato dai maggiori istituti di ricerche economiche tedeschi e non lascia alcun dubbio su quali siano le prospettive per i prossimi mesi e forse di più.

La recessione è oramai cosa certa. Ma i dati non sono più incoraggianti per gli altri Paesi europei. I prezzi in Italia sono aumentati dell'8.9%, trainati certo dall'incremento di quelli energetici, ma in realtà oramai diffusi in tutta l'economia: dai generi alimentari ai servizi ricreativi e culturali tutto quanto costa sempre più caro. E anche per questo Paese le stime della crescita economica si riducono di pari passo con l'aumento dei prezzi: ora le prospettive indicano un aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) per l'anno prossimo dello 0.1%. Fino a poche settimane fa le previsioni erano di un incremento di circa 2 punti percentuali. In generale la situazione è la stessa per l'Eurozona che presenta per il mese di settembre aumenti dei prezzi al 10%, superiori agli aumenti del mese di agosto (+9.1%) come pure delle attese degli esperti che li avevano stimati al 9.7%. Purtroppo anche i dati relativi all'andamento dei prezzi alla produzione non sembrano particolarmente positivi, con incrementi annuali in Francia del 27.7%, in Italia del 40.1% e in Spagna del 41.8%. In queste condizioni appare evidente che la fiducia dei consumatori e quella delle imprese appare in grande calo.  

Calo che si fa sentire anche sui grossi marchi. In questi giorni leggiamo che i profitti di H&M, gruppo svedese secondo leader mondiale nel mercato della moda, sono calati dell'86% nel terzo trimestre del 2022. Come spiega la stessa azienda sul risultato ha sicuramente pesato la scelta politica di chiudere i negozi in Russia a seguito dell'inizio della guerra: le perdite sono state stimate in circa 180 milioni di dollari (178 milioni di franchi). Ma non solo. Anche la catena di negozi di abbigliamento non può nascondere di essere toccata dai problemi internazionali che affliggono la maggioranza delle economie avanzate. L'inflazione spinge i consumatori da una parte verso la perdita del loro potere d'acquisto e dall'altra a una maggiore incertezza: questo mix li porta inevitabilmente alla prudenza, al risparmio e quindi a ridurre i loro acquisti. Non di meno, gli aumenti dei costi del carburante, dell'energia e il rafforzamento del dollaro, fanno sì che la produzione risulti più costosa. Purtroppo tutto questo ha un impatto sulle strategie future: H&M dovrà adottare importanti misure per ridurre i costi. Leggiamo che in alcuni paesi ha già iniziato a testare la reazione dei clienti all'idea di abolire la possibilità di restituire gratuitamente gli acquisti effettuati on-line. Purtroppo l'esperienza e la storia ci insegnano che questo genere di accorgimenti hanno un impatto minimo sui costi e che, anche spesso contro il volere delle aziende stesse, la misura principale riguarda i tagli al personale. Esattamente come ha annunciato qualche giorno fa Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Meta (noto ai più per Facebook), quando ha confermato che per la prima volta dopo 18 anni il prossimo anno sarà una stagione in cui non solo non si aumenteranno le assunzioni, ma addirittura si licenzieranno o non si rimpiazzeranno le persone che termineranno il loro lavoro in questa azienda. Oltre all'aumento dei costi, è noto che Meta abbia visto ridursi notevolmente i ricavi pubblicitari e stia subendo pesantemente la concorrenza e il successo di Tik Tok.

Successo che non è stato raggiunto dall'Unione Europea nelle sue ultime riunioni in tema di approvvigionamento e di prezzo massimo da applicare al gas. Purtroppo anche in questo caso le due fazioni europee (denominate falchi e colombe) faticano a trovare un accordo. Da una parte i paesi finanziariamente forti, con debiti pubblici bassi e che mirano a politiche di intervento rigide, i falchi. Dall’altra parte i paesi con finanze pubbliche problematiche, basso margine di intervento e che mirano a politiche di intervento più permissive. Da una parte Germania e Olanda, dall’altra parte i paesi del sud. In questi giorni gli scontri si sono acuiti. L’idea di mettere un tetto al prezzo dell’acquisto di tutto il gas, quindi non solo di quello russo, non trova il consenso della Germania. Allo stesso modo non trova consenso l’idea di imporre un tetto massimo al prezzo del gas usato per generare elettricità. In questo caso la differenza tra il prezzo di mercato e il prezzo massimo andrebbe pagato dal sistema elettrico nazionale dei singoli Stati.

Questa misura è stata attuata già da Spagna e Portogallo (ne avevamo riferito la settimana scorsa quando abbiamo parlato del possibile spostamento della produzione di Volkswagen); notizia di pochi giorni fa anche la Germania si appresta a metterla in pratica stanziando un credito di 200 miliardi di euro (circa 194 miliardi di franchi). Questa idea non piace all'Italia che preferirebbe una soluzione condivisa e soprattutto che non nuoce alle sue già precarie finanze pubbliche. D’altra parte lo diciamo da sempre: la prima sicurezza di uno Stato passa da una gestione rigorosa delle sue finanze pubbliche.       

Finanze pubbliche svizzere che in parte saranno toccate dalle votazioni di domenica scorsa. Tra i temi in discussione c'era l'innalzamento dell'età di pensionamento delle donne da 64 a 65 anni. Il tema ci ha occupati nell'editoriale pubblicato da L'Osservatore (che ringraziamo) e che abbiamo ripreso nel nostro articolo settimanale "AVS 21: un cerotto che fa male. Soprattutto alle donne", in cui ricordiamo le basi del sistema previdenziale professionale svizzero e la necessità di pensare a riforme generali e non solo correttivi temporanei. 

*Economista

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