Svizzera
07.01.2018 - 15:000
Aggiornamento 19.06.2018 - 15:43

I creatori di cultura contro No Billag. "La SSR non è perfetta ma vogliamo contribuire alla creazione di programmi di cultura. Se passa il sì, molti generi musicali sparirebbero"

Fra i 5'292 firmatari, diversi ticinesi, dai Gotthard a Alberto Nessi, da Zeno Gabaglio a Marco Zappa. Tutti uniti a favore della SSR, "vogliamo trattare con partner aventi un pubblico mandato, cosa che può avvenire solo se i media sono finanziati da un canone, per una cultura diversificata"

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BERNA – Scendono in campo gli artisti: sono più di 5'000, al momento in cui scriviamo esattamente 5'292 fra cineasti, comici, musicisti, compositori, scrittori, traduttori di letteratura e ballerini ad aver firmato l’appello online del sito internet www.no-culture.ch, online nelle quattro lingue nazionali.

Ecco l’appello completo:

“Noi creatori di cultura – musicisti, attori, autori, traduttori letterari, cineasti, cabarettisti, speaker, ballerini – non importa se dilettanti o professionisti– ci impegniamo a favore di una cultura svizzera diversificata.  Vogliamo un panorama culturale diversificato

L‘iniziativa No Billag vuole annientare la SSR. La sopravvivenza stessa di 13 emittenti televisive regionali e di 21 radio locali sarebbe altrettanto a rischio. Questo non mette in discussione solo la libertà di opinione, ma anche la tradizione culturale della Svizzera: dalla musica folcloristica alla tecno music, da «Il becchino» fino al lungometraggio, dalla serie poliziesca al Festival dell’umorismo.

Quel che è chiaro come il sole: le emittenti interamente finanziate dalla pubblicità diffondono una quota notevolmente minore di musica svizzera rispetto alla SSR e alle altre radio private finanziate tramite il canone. Generi quali la musica classica, la musica folcloristica, il jazz o il rock andrebbero scomparendo. Inoltre la SSR è un partner di importanza fondamentale anche per quanto riguarda la produzione di film e di documentari svizzeri.

Vogliamo contribuire alla creazione dei programmi. La SSR non è perfetta ed è necessario proseguire le discussioni sul servizio pubblico. Noi creatori di cultura vogliamo prendere parte a queste discussioni, vogliamo avere voce in capitolo e contribuire alla creazione dei programmi. A questo scopo abbiamo bisogno di trattare con partner aventi un pubblico mandato, cosa che può avvenire solo se i media sono finanziati tramite un canone.

Noi creatori di cultura svizzeri ci impegniamo a favore di una cultura svizzera diversificata. Non vogliamo un pericoloso “monopoli(o)“ dei media.

Per questo motivo diciamo NO all’iniziativa “No Billag” del 4 marzo 2018”.

Fra i firmatari, anche parecchi ticinesi. Fra i più famosi, la rock Band dei Gotthard: “Per noi musicisti, è chiaro che questa iniziativa deve essere respinta. Minaccia la nostra diversità culturale, la nostra individualità e quindi l'identità della Svizzera”. Poi c’è Alberto Nessi, “senza la lingua italiana la Svizzera non è più svizzera: per questo sostengo il servizio pubblico della SSR che assicura unità nella diversità, anche linguistica. La diversità è ricchezza”.

“Io sono a favore di un servizio informativo pubblico, democratico, libero, aperto al mondo e che sappia essere fedele al paese ed alle culture che rappresenta, e per questo preferisco pagare un canone, e mantenere il più possibile un’indipendenza da gruppi editoriali privati”, scrive Marco Zappa, mentre per il musicista Zeno Gabaglio “la  musica svizzera nasce, si sviluppa e si diffonde anche grazie al Servizio pubblico. NO a No Billag, per un SÌ alla musica svizzera”. Tanto per citarne alcuni, poi ci sono il regista Fulvio Bernasconi, Fabio Pusterla (autore, traduttore, insegnante), Ivo Antognini (compositore e docente al Conservatorio della Svizzera Italiana) e molti altri.

Intanto. No Billag No Svizzera, organizzazione a favore del no, cerca sostenitori: la sua è una campagna interamente finanziata da privati, e ha bisogno di contributi, piccoli o grandi, “per questa grande cause, che mette a rischio le nostre radio tv, la nostra democrazie e la nostra informazione”.
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