“La storia di don Alberto è il funerale dell'illusione che si possa stare nel mondo digitale senza diventarne schiavi. Una fatica di Sisifo digitale che prosciuga la vita interiore"

di Elisa Garfagna *
I social, se non li maneggi con una disciplina monastica, ti mangiano vivo. E non importa quanto sia pura la tua intenzione iniziale. Abbiamo pensato che un prete con centinaia di migliaia di follower fosse la soluzione alla crisi vocazionale, il ponte perfetto verso i giovani. Ma ci siamo dimenticati di un dettaglio tecnico: l’algoritmo non è cristiano. L’algoritmo vuole il tuo tempo, il tuo volto, la tua reazione emotiva costante. Ti costringe a una performance infinita. E qui sta il corto circuito: il sacerdozio si fonda sul "fare spazio a Dio", mentre il social si fonda sul "riempire lo spazio con te stesso". Don Alberto è finito intrappolato in questo paradosso. È diventato un brand, e un brand deve fatturare, in termini di like, di visualizzazioni, di rilevanza. Ma quando la tua identità profonda è legata a un Sacramento, e la tua identità pubblica è legata a un trend di TikTok, la testa, prima o poi, scoppia. Monsignor Agnesi ha parlato di "occasione di preghiera", ma leggendo tra le righe si sente il rumore di un crollo. Perché la verità è che dietro lo schermo non c’è mai stata una parrocchia, ma una platea. E la platea è spietata. La platea ti adora finché sei il "don" alternativo che fa i video brillanti, ma ti azzanna non appena mostri una crepa, o peggio, quando cerchi di fare il prete davvero, parlando di cose scomode che non stanno in 15 secondi di reel. Immaginate che pressione: svegliarsi ogni mattina col peso di dover essere il testimonial di Dio in un mondo che ti chiede solo di essere "ingaggiante". È una fatica di Sisifo digitale che prosciuga la vita interiore fino a lasciarti il guscio vuoto. La tonaca, a quel punto, non la senti più come una pelle, ma come un costume di scena che prude e ti impedisce di respirare. Questa storia è il funerale dell'illusione che si possa stare nel mondo digitale senza diventarne schiavi. Non si tratta di essere "contro la tecnologia", ma di capire che il sacro ha bisogno di tempi e silenzi che il web non può concedere. Don Alberto che lascia non è una sconfitta solo sua, è la sconfitta di un metodo. Ci dice che forse abbiamo chiesto troppo a un ragazzo giovane, lanciandolo nell'arena dei leoni digitali senza un paracadute spirituale adeguato. Ci dice che la Chiesa, nel tentativo di sembrare moderna, ha rischiato di svendere il suo tesoro più grande, il mistero, in cambio di un briciolo di popolarità virtuale. Ora resta il silenzio. Ed è forse la cosa più "sacra" che Don Alberto abbia prodotto negli ultimi anni. Un silenzio che fa male, ma che è l'unico posto dove, lontano dai riflettori e dalle notifiche, si può ricominciare a sentire la voce di Dio e non quella dell'algoritmo.
*esperta di comunicazione