“Ridurre o mantenere il canone non è necessariamente un voto pro o contro il servizio pubblico, ma una valutazione sul rapporto tra il suo costo e il valore che l’offerta riesce oggi a generare”

di Roberto Caruso *
Il dibattito sull’iniziativa “200 franchi bastano!” si sviluppa lungo linee politiche ormai ben definite, che ricalcano in larga misura l’asse sinistra-destra. Da un lato, la difesa del servizio pubblico come infrastruttura democratica e culturale; dall’altro, la critica al suo costo, alle sue dimensioni e alla legittimità di un finanziamento obbligatorio. Il rischio è che il confronto si riduca a uno scontro identitario, nel quale le appartenenze prevalgono sulla valutazione dell’offerta. In questo contesto, più che prendere posizione, può essere utile dotarsi di un criterio di orientamento.
Sebbene l’iniziativa abbia portata nazionale, la sua valutazione passa inevitabilmente anche attraverso l’esperienza dei singoli contesti regionali. Per il pubblico della Svizzera italiana, questo confronto si traduce soprattutto nel rapporto con la Rsi, principale punto di contatto quotidiano con il servizio pubblico radiotelevisivo.
Da qui una domanda centrale: l’attuale livello di finanziamento è proporzionato al valore che oggi il cittadino percepisce nell’offerta del servizio pubblico? Non perché questa domanda eluda il confronto politico, ma perché lo riporta su un terreno più concreto. Il voto non riguarda il principio del servizio pubblico, ma una valutazione della sua prestazione attuale. Il valore dell’offerta si costruisce su più livelli: nella sua funzione democratica e culturale, così come nella qualità dei contenuti e nella loro rilevanza nella vita quotidiana.
La Rsi continua a svolgere funzioni rilevanti – informazione in lingua italiana, copertura del territorio, attenzione alla realtà culturale locale –, ma lo fa in un contesto mediatico profondamente cambiato, segnato da una pluralità di fonti informative che rende meno scontato il nesso automatico tra servizio pubblico e unicità dell’offerta. In questo quadro, un nodo centrale riguarda la credibilità dell’informazione: la Rsi opera in un contesto di pressioni e aspettative divergenti, politiche, istituzionali e culturali, che possono tradursi in vincoli editoriali e in una restituzione parziale dell’immagine del cantone.
Applicare questo criterio significa interrogarsi non solo sulla sua esistenza, ma su come si manifesta concretamente: nell’informazione quotidiana, nella pluralità dei punti di vista, nella capacità di parlare a pubblici diversi e di distinguersi nel panorama mediatico.
Vale infine la pena riconoscere un dato spesso sottaciuto: il voto non nasce da un rifiuto spontaneo del servizio pubblico, né da una mobilitazione di massa contro la Rsi. È piuttosto il riflesso di uno scontro politico sulla sua legittimità, sul ruolo che il servizio pubblico deve avere oggi e sul modello culturale che incarna. Il cittadino è così chiamato a esprimersi su una questione che non ha posto lui, ma che ora deve valutare.
L’iniziativa non comporterebbe la scomparsa del servizio pubblico radiotelevisivo, ma una riduzione delle risorse a sua disposizione. Il voto riguarda dunque la sua dimensione e il livello di finanziamento ritenuto giustificato. Qualunque sia l’esito, la questione del valore dell’offerta resterà aperta.
Ridurre o mantenere il canone non è necessariamente un voto pro o contro il servizio pubblico, ma una valutazione sul rapporto tra il suo costo e il valore che l’offerta riesce oggi a generare. È su questo rapporto, più che sugli schieramenti, che ciascun cittadino può orientarsi.
* docente