Il senatore: "Pensavo, illudendomi, che sarebbe stato possibile difendere una posizione favorevole all’iniziativa senza venir attaccati a livello personale (anche con lettere anonime e minacce) ma devo constatare che purtroppo non è così"

di Fabio Regazzi *
Pensavo, illudendomi, che sarebbe stato possibile difendere una posizione favorevole all’iniziativa senza venir attaccati a livello personale (anche con lettere anonime e minacce) ma devo constatare che purtroppo non è così. Siamo arrivati al punto che chi osa sostenere le ragioni del Sì viene considerato alla stregua di un traditore della Patria e questo spiega probabilmente anche perché pochi osano metterci la faccia mentre sull’altro fronte è in atto una mobilitazione mai vista, che sta assumendo contorni finanche stucchevoli.
Ma entriamo nel merito. I contrari stanno facendo a gara ad ipotizzare scenari apocalittici: licenziamenti di massa, desertificazione mediatica, fine della coesione nazionale e addirittura messa in pericolo della nostra democrazia. Argomenti indubbiamente ad effetto ma che servono solo a levare una cortina fumogena per evitare il rispondere alla vera domanda, ovvero quale servizio pubblico radio-televisivo vogliamo e quanto deve costare a cittadini e imprese.
Che il servizio pubblico sia fondamentale nel nostro sistema democratico è assodato ma questo non lo rende intoccabile. Mettere in discussione le priorità, l’ammontare delle risorse finanziarie e l’uso delle medesime non è tuttavia un attacco al servizio pubblico: è un dovere politico. In tutti gli altri settori sovvenzionati dai cittadini – come la formazione, la sanità o la politica d’asilo – questo dibattito esiste ed è considerato legittimo. Non si capisce perché la radio-televisione pubblica dovrebbe esserne esente.
Vorrei ricordare che con un canone a 200 franchi per economia domestica, alla SSR rimarrebbero 850 milioni di franchi di cui circa 150 (!) milioni per la RSI, grazie anche al fatto che la chiave di riparto a favore del Ticino (20%) rimarrebbe invariata. Davvero non sono sufficienti per garantire un servizio pubblico di qualità per la Svizzera italiana, che conta – non dimentichiamocelo – una popolazione di circa 400'000 abitanti?
A titolo di paragone, realtà private come Teleticino e Radio 3i svolgono un servizio informativo e di intrattenimento anche culturale apprezzato con un budget complessivo di circa 9 milioni di franchi l’anno (di cui ca. 5 garantiti dal canone). Tanto per intenderci, la RSI attualmente dispone di un budget di 24 volte superiore, mentre che, in caso di Sì all’iniziativa, lo stesso sarebbe comunque 17 volte superiore. Il confronto dimostra in modo impietoso che si può fare tanto e bene anche con molte meno risorse.
Vi è poi un altro aspetto spesso sottaciuto: è innegabile che i modelli di consumo dei media di venti o trent’anni fa sono radicalmente mutati, soprattutto nelle giovani generazioni ma non solo. Ignorare questo dato di fatto significa difendere strutture, perimetri e modelli di finanziamento pensati per il passato, che non tengono conto dei cambiamenti strutturali che ha subito la nostra società.
Quello che chiede l’iniziativa è semplicemente che la SSR torni a focalizzarsi sul mandato di base, che la stessa direttrice Susanne Wille ha per altro confermato che potrà essere garantito anche in caso di Sì. Negli ultimi anni la SSR ha esteso il proprio raggio d’azione ben oltre questo perimetro, spesso in concorrenza diretta con i media privati: stiamo parlando di 7 reti televisive, 17 canali radiofonici e innumerevoli servizi online. È per lo meno legittimo chiedersi se tutto ciò sia compatibile con un canone obbligatorio che, ricordiamolo, è di gran lunga il più oneroso a livello europeo.
L’iniziativa “200 franchi bastano” non è quindi un attacco alla SSR. È un invito a riflettere su quale servizio pubblico radio-televisivo è davvero necessario e quanto deve costare a cittadini e imprese, che sono chiamati a finanziare, senza diritto di scelta, il canone.
Se dovessi, in conclusione, usare un’immagine per descrivere la situazione in cui si trova la SSR, citerei Fort Apache. L’avamposto dell’esercito statunitense non cadde perché mancavano le risorse. Cadde perché chi lo difendeva, con un misto di arroganza e presunzione, pensava che la propria forza bastasse a legittimarlo senza essersi reso conto che il mondo attorno era cambiato. La SSR sta commettendo lo stesso errore: difendere le mura e lo statu quo invece di interrogarsi sul proprio mandato, sulle priorità e sull’uso delle risorse.
L’iniziativa “200 franchi bastano” non è un assalto al servizio pubblico. È un invito a uscire dalla fortezza e a guardare in faccia la realtà.
* Consigliere agli Stati e Presidente USAM