Cronaca
06.04.2017 - 10:000
Aggiornamento : 21.06.2018 - 14:17

"La visione di Pamini? Realista. Le donne per i primi tre anni dovrebbero stare coi bambini. E se non possono permetterselo, avere figli non è un obbligo"

Con Kathya Bonatti abbiamo commentato le parole che stanno facendo tanto discutere. "Per i salari, importante è l'efficacia, e non il sesso. I padri moderni? Non ci credo molto"

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BELLINZONA – “Pamini viene definito maschilista? Ma anch’io ho un’opinione un po’ controcorrente e sono donna…”. Esordisce così Kathya Bonatti, Life Coach e consulente in sessuologia, quando la interpelliamo per discutere con lei del caso del momento, ovvero l’articolo del deputato secondo cui le donne guadagnano meno quando diventano mamme, e questo spiega la differenza salariale fra i sessi. Ne esce una discussione, appunto, controcorrente, su famiglia, donne e carriera.

Cosa pensa dell’opinione di Pamini?
“Penso che se una donna sceglie di fare la mamma, compie una missione così importante che è giusto che possa seguire i propri figli. Dividersi fra lavoro e figli lascia i bambini, finché sono piccoli, non contenti. Sino a tre anni non hanno la consapevolezza che la madre si allontana e torna, ma vivono un trauma. Dunque se una donna sceglie un compito così gravoso deve farlo in modo adeguato per il bene dei figli e per il loro interesse. Comprendo che come donne possano avere una maggior realizzazione, però va a danno dei piccoli”.

E poi trova corretto che, rientrando nel mondo del lavoro, guadagnino di meno di chi, a pari formazione, non ne è mai uscito?
“Non conosco le statistiche, ma a mio avviso vanno visti i rendimenti. Se rendono di meno, magari perché si assentano di più per seguire i figli o perché i bambini non stanno bene, è giusto che vengano pagate meno. Se il rendimento è lo stesso, non è corretto: parlerei di efficacia”.

Per lei a prescindere una madre è meno efficace sul lavoro?
“Dipende. Se i figli sono grandi, non c’è la preoccupazione. Se sono piccoli, separarsi da loro è un grande dispiacere separarsi da loro, e la mamma è presa dalle responsabilità e dalle preoccupazioni per loro, che possono distogliere la concentrazione dal lavoro. Quando poi i bimbi possono andare all’asilo la dinamica cambia. I primi anni sono un periodo delicato, così come la gravidanza. Le aziende a volte puntano su chi non resterà incinta, dunque sugli uomini. Però c’è da dire che in alcune professioni le donne sono più capaci e più attente, quindi va valutato il genere di lavoro svolto”.

Pare di capire che tornerebbe alla donna che rimane a casa coi figli piccoli accantonando il lavoro, come accadeva anni fa, giusto?
“Se è una scelta sì. Dovrebbe poter compiere la missione di diventare madre coi figli piccoli, ma deve avere un marito che glielo consenta e capisca il beneficio per la famiglia. E per quanto riguarda i salari, farei una questione di efficacia, non di sesso, o di essere o meno madre. I papà al contrario guadagnano di più dei non papà? Certo, le preoccupazioni ci sono anche loro, ma se delegano l’accudimento dei figli… Poi bisogna capire quali sono le motivazioni, se siano spinti dal dover mantenere l’intera famiglia”.

Ma molte donne non possono smettere di lavorare per occuparsi dei figli, visto che i padri non hanno redditi abbastanza elevati.
“Fare figli non è un obbligo. Se una persona non è adeguatamente capace dai punti di vista emotivo, affettivo e economico non è obbligato ad avere tanti figli, sarebbero loro a perderci. Ci sono comunque due orientamenti: chi crede nella coppia ma non vuole figli, con entrate che si raddoppiano e nessun bambino che possa rovinare la dinamica della coppia. Il lavoro può essere liberalmente vissuto. Invece c’è chi vuole figli e cerca di conciliarli con la vita moderna che richiede di essere multistalking”.

Così diventare genitori non diverrebbe un privilegio di chi sta bene economicamente?
“La questione riguarda solo quando i bambini sono piccoli, deve avere un marito che guadagna abbastanza e non lo faccia pesare, perché a volte le donne lavorano perché gli uomini non sono così generosi o innescano un rapporto di potere basato sui soldi. Non è giusto per esempio che per acquistarsi un vestito o un profumo debba attingere ai suoi soldi, se fa la madre è un lavoro”.

Come mai c’è stata una reazione generale sdegnata, delle donne, alle parole di Pamini?
“Perché è giusto che le donne abbiano la parità dei diritti, se lavorano allo stesso modo con la stessa efficacia devono essere pagate uguali. Ma c’è la consapevolezza che lavorando con bambini piccoli si fa male la madre, dato che bisogna capire cosa serve ai figli, non cosa si può dar loro. A volte, messe davanti ai bisogni dei figli, le donne si sentono in colpa”.

La sua visione è davvero maschilista?
“È una visione realistica: una donna sana di mente che può stare vicino ai propri figli capirà meglio i loro bisogni”.

Non crede ai padri moderni, che si fanno carico della cura dei bambini come le mamme?
“No. È molto importante, ma il rapporto simbiotico il piccolo ce l’ha con la mamma, che riconosce dal battito cardiaco, dalla voce, dall’odore, dopo essere stato nove mesi in pancia, e quindi per lui è più rassicurante star vicino a lei. Il papà è molto importante però non vive un distacco come accade con la madre”.
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