BELLINZONA - Gli insulti sui social, perlopiù da gruppi dietro cui non si sa chi si nasconde, proliferano. Prima Clarissa Tami, poi Paolo Beltraminelli e Norman Gobbi, ma anche tanta gente non conosciuta. Quanto è diffuso il fenomeno? Come si risale a chi ha insultato? Ne abbiamo parlato con Paolo Attivissimo, giornalista e divulgatore informatico.
Come leggiamo il crescere di insulti e prese in giro anonime su Facebook?
"Penso siano la dimostrazione che molti non hanno capito che Facebook non è lo sfogatoio dove possono dire qualunque cosa di chiunque. Valgono le stesse regole di civiltà e educazione della vita reale, dato che Facebook è vita reale e non un universo a parte. E dal punto di vista legale ciò che viene scritto ha la stessa valenza di quello che viene detto per strada o sul giornale. Quando c'è una tecnologia nuova c'è sempre qualcuno che ne abusa e la distorce per i propri fini. L'essere umano è uguale dappertutto, e visto che era già successo in altri paesi penso fosse inevitabile".
Il punto vincente, per tanti è rimanere anonimi, ma non lo sono mai davvero, giusto?
"È utile chiarire: molti si prendono certe libertà credendo di essere anonimi, ma esistono diverse tecniche di tracciamento e identificazione, nei casi più gravi vi sono anche le risorse stesse di Facebook, degli operatori telefonici e internet che possono essere messi in campo. Quella di essere realmente anonimi è un'illusione".
Appunto, come si fa a rintracciare chi ha scritto?
"Sarebbe meglio non parlare pubblicamente di tecniche d'indagine: più informazioni si danno su come si rintraccia qualcuno che fa un'offesa o un'ingiuria, più è facile che queste persone si facciano ancor più agguerrite e diventino più scaltre nel nascondersi, oppure che qualcuno abusi dei sistemi di identificazione. Gli addetti ai lavori sanno come fare, per chi è colpito la cosa migliore è rivolgersi a un professionista.
Che consiglio darebbe a chi è colpito? Qual è la prima cosa da fare?
"Conservate copie di tutto, non eliminate messaggi o immagini, ma raccogliete il maggior numero possibile di prove per avere degli elementi su cui fare l'indagine. L'esperto attiva i suoi canali sia a livello di social network sia di forze di polizia se è necessario.
Esperti come lei intervengono in tutti i casi per cui vi contattano?
"L'intervento è proporzionato alla gravità del problema. Un conto è vedere un ragazzo e una ragazza che si insultano, dove si cerca di trovare una soluzione umana e non tecnologica, un altro è per esempio una minaccia o lo stalking. Se la situazione è grave dal punto di vista emotivo, per cui la persona soffre molto, si mettono in campo soluzioni tecniche più consistenti e quasi sempre si trova il responsabile".
Quanto tempo ci vuole per arrivare al colpevole, e quanto costa?
"Dipende dal caso, può volerci mezz'ora se un ragazzino si riteneva invisibile, oppure se qualcuno è più bravo servono appostamenti, ovvero delle piccole trappole tecnologiche, dove si convince chi ha fatto l'offesa a visitarla, facendolo diventare tracciabile, magari avendo però bisogno una settimana di lavoro".
Capita che la persona che si rivolge a voi abbia dei sospetti?
"Di solito ci sono dei sospetti. Però soprattutto se si tratta di persone conosciute c'è la voglia di attaccare anonimamente per colpire qualcuno molto potente e in vista, per cui non c'è un legame personale fra insultato e insultante e dunque non vi sono sospettati".
Cosa spinge, secondo lei, la gente a prendersela con personaggi famosi, magari che nemmeno si conosce?
"Una miscela di fattori, secondo me. Uno è la sensazione di poterlo fare impunemente. Poi c'è il desiderio di apparire in pubblico: gli insulti sono fatti in modo che ci sia un pubblico che le guardi. Tutta l'opinione pubblica ha parlato del caso di Beltraminelli, e chi insulta spesso e riceve gratificazione psicologica. A volte c'è anche la voglia di ottenere un risultato politico. Infamando una persona legata alla politica può spostare gli esiti di una carriera o di un'elezione, basti pensare all'America. Aggiungerei anche l'incompetenza. Penso al messaggio di scuse per la famosa vignetta, la persona non si è resa conto della gravità di quanto detto, e accade spesso".
Si potrebbe dire che se quel che emerge dagli insulti è lo specchio della società, siamo messi male...
"Non bisogna però esagerare la situazione. Non tutti frequentano Facebook. Se non ci sono danni o minacce, l'insulto diventa importante solo se viene attirata l'attenzione su di esso. Parlarne significa dare visibilità, fare il gioco del provocatore. Cosa è meglio fare? Di sicuro, precisare che queste cose sono incivili, inaccettabili e un autogol per chi le produce".