L'avvocato: "Il Vallese e la Svizzera hanno bisogno di difendere uno Stato di diritto in cui le inchieste non si scrivono a colpi di tweet, ma secondo le leggi"

*Di Niccolò Salvioni
Dalle richieste di giustizia ai proclami politici: la sequenza anomala che solleva dubbi. In queste settimane abbiamo assistito a un passaggio curioso e inquietante: prima una raffica di attacchi politici alla giustizia svizzera, poi – solo dopo, e quasi in sordina – la scoperta che esisteva (o stava maturando) una richiesta tecnica della Procura di Roma alla Procura del Vallese per una squadra investigativa comune (SIC), dal contenuto tuttora non noto al pubblico.
Prima i proclami, poi gli atti
Subito dopo la tragedia – e ancor più dopo la scarcerazione di Moretti – il governo italiano ha scelto l’attacco frontale: dichiarazioni durissime contro la “giustizia svizzera”, richiamo dell’ambasciatore, richiesta di “squadra investigativa comune immediata”, minaccia di condizionare il rientro a scelte precise dell’inchiesta vallesana. In quella fase nessuno spiegava cosa la magistratura italiana volesse fare concretamente: nessuna parola esplicita su fascicolo romano, rogatorie, contenuti delle domande a Sion. La politica correva da sola, a colpi di conferenze stampa, senza una visibile titolarità giudiziaria alle spalle.
Solo il 7 gennaio abbiamo saputo dell’apertura di un procedimento romano per omicidio colposo e disastro colposo. E solo il 25 gennaio – quasi tre settimane dopo la tragedia – è emerso pubblicamente che:
una rogatoria da Roma verso Sion era stata inviata giorni prima;
nella stessa rogatoria la Procura romana chiedeva esplicitamente l’invio di un gruppo di investigatori italiani (Squadra mobile) ad affiancare gli omologhi svizzeri, prospettando di fatto una forma di cooperazione rafforzata o “gruppo d’inchiesta misto”.
Le grandi polemiche politiche sono arrivate molto prima che l’opinione pubblica potesse anche solo intuire il contenuto della richiesta tecnica.
Politica e tecnica: davvero due mondi separati?
Qui sta il nodo. C’è una differenza enorme tra:
un governo che esige politicamente la costituzione immediata di un gruppo d’inchiesta misto, con linguaggio da ultimatum (“se non fate questo…”);
e due autorità giudiziarie omologhe (Procura di Roma e MP vallesano) che, sulla base dei trattati, valutano se una cooperazione rafforzata sia utile, proporzionata e giuridicamente sostenibile e possibile.
Nel primo caso, la squadra investigativa comune (SIC) diventa una bandiera politica: un simbolo di messa sotto supervisione immediata di una giustizia straniera e una manifestazione unilaterale di potere.
Nel secondo resta quello che dovrebbe essere: uno strumento eccezionale di cooperazione tra magistrature da concordare a pari livello e secondo principi normativi, ben definiti, non un cavallo di Troia per commissariare l’inchiesta altrui da parte di un potere eterodiretto.
A questo si aggiunge una domanda:
- il governo italiano sapeva, o doveva sapere, che la Procura di Roma stava preparando/inoltrando o aveva già inoltrato una rogatoria con richiesta di integrazione investigativa? Oppure per settimane ha parlato “al buio”, senza sapere davvero cosa stessero facendo i pm?
Le rogatorie internazionali tra Italia e Svizzera, salvo casi particolari, non nascono e muoiono in un ufficio isolato:
si inseriscono in un sistema in cui, accanto ai canali diretti tra procuratori, esiste un ruolo essenziale delle autorità centrali (Ministero della giustizia a Roma, Ufficio federale di giustizia a Berna), soprattutto nei casi complessi e politicamente sensibili;
toccano inevitabilmente le stesse strutture che assistono il governo nei rapporti con l’estero.
È difficile credere che, in un caso di questa portata, ministro competente e Presidente del Consiglio fossero del tutto ignari che la Procura di Roma avesse già chiesto proprio ciò che loro stessi, in pubblico, pretendevano a gran voce: la presenza di investigatori italiani nell’inchiesta vallesana. Se lo sapevano – e tutto porta a pensare che lo sapessero – la scelta di non dirlo chiaramente sin dall’inizio rafforza l’impressione di una strategia comunicativa precisa:
a) prima la martellante pressione politica,
b) poi, quando conviene mediaticamente, l’aggancio alla domanda tecnica dei magistrati.
Il rischio per il Vallese (e per la Svizzera)
In questo contesto, se la Procura del Vallese accettasse un’integrazione stabile di personale tecnico italiano nel proprio dispositivo d’inchiesta, lo farebbe dentro un clima già avvelenato da settimane di fuoco politico. La questione non riguarda le indubbie competenze delle forze dell’ordine e della magistratura italiana – che hanno ampiamente dimostrato professionalità ed esperienza – ma il rischio che uno strumento tecnico di cooperazione venga trasformato in leva di pressione politica.
Il rischio è duplice:
- Perdita di controllo sostanziale sulle informazioni. Una volta che parti importanti del fascicolo vallesano iniziano a circolare in un circuito investigativo “misto”, è illusorio pensare che restino pienamente sotto controllo svizzero. Ogni documento, perizia, fotografia, scelta procedurale potrà essere letta, reinterpretata e – se fa comodo – filtrata nel dibattito italiano come prova di un presunto “fallimento” della giustizia vallesana (e, per estensione, elvetica).
- Supervisione di fatto sull’inchiesta cantonale. La presenza di investigatori italiani rischia di trasformarsi in un avamposto di sorveglianza sull’operato del MP del Vallese: qualcuno “dentro” l’inchiesta pronto a segnalare a Roma ogni ritardo, ogni non‑luogo‑a‑procedere, ogni scelta tecnica non gradita. Con il pericolo che ogni divergenza diventi l’ennesimo pretesto per mettere in croce la magistratura vallesana davanti all’opinione pubblica italiana, proprio come già manifestatosi in precedenza.
Non è fantapolitica: nelle ultime settimane abbiamo già visto singole decisioni vallesane finite immediatamente alla gogna mediatica per voce del governo. La stampa svizzera del 27 gennaio conferma il disagio delle autorità elvetiche: “I metodi di Roma non sono accettabili”, titola il Corriere del Ticino, precisando che Berna “non vuole piegarsi” alle richieste italiane pur non volendo alzare lo scontro diplomatico.
Particolarmente significativa è la presa di posizione di Norman Gobbi, presidente del Consiglio di Stato ticinese e della Commissione nazionale di diritto penale, che il 26 gennaio ha dichiarato: "Un conto sono gli attacchi da talk show. Un altro conto è quando un Governo sceglie deliberatamente la strada della pressione e dell’ingerenza politica. A quel punto la critica lascia spazio all’interferenza". Gobbi ha aggiunto: "Chi evoca “risposte immediate” e “segnali politici” su un caso giudiziario pretende una cosa sola: che la giustizia smetta di essere indipendente. E questo lo ritengo semplicemente inaccettabile». Il presidente del governo ticinese ha definito il richiamo dell’ambasciatore e le condizioni poste al suo rientro come «un modo distruttivo di gestire i rapporti fra Paesi vicini e (forse) amici" ribadendo che "in Svizzera la politica non comanda la giustizia, ma la rispetta".
La conferma della rogatoria e il ruolo delle autorità centrali
Le squadre investigative comuni (SIC) sono disciplinate dal secondo Protocollo aggiuntivo alla Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale (art. 20) e, per i rapporti bilaterali Svizzera-Italia, dall’Accordo di cooperazione del 10 settembre 1998. La normativa svizzera prevede all’art. 80dter della Legge federale sull’assistenza internazionale (LAIMP) che una SIC possa essere costituita "per uno scopo determinato" e "per una durata limitata", quando necessaria per inchieste "difficili o complesse", sulla base di una decisione congiunta delle autorità competenti dei due Stati. L’elemento cruciale è che il diritto applicabile resta quello dello Stato dove si svolge l’istruzione (art. 80dquater LAIMP), e la responsabilità ricade sul rappresentante dell’autorità di quello Stato (art. 80dquinquies).
In altri termini, nessuna SIC può nascere in modo unilaterale: richiede sempre un accordo espresso tra le autorità dei due ordinamenti.
Un elemento ufficiale complica ulteriormente il quadro: il Dipartimento federale di giustizia e polizia ha confermato che una rogatoria italiana è effettivamente arrivata il 14 gennaio 2026 e che l’Ufficio federale di giustizia l’ha trasmessa al MP del Vallese. Quest’ultimo ha comunicato il 26 gennaio che entro fine settimana (quindi entro il 31 gennaio) darà seguito alla richiesta italiana. La base giuridica invocata è l’articolo 20 del secondo Protocollo aggiuntivo alla Convenzione Europea di Assistenza Giudiziaria.
Se l’annuncio viene dal livello federale, significa che la rogatoria non è una semplice lettera diretta tra procuratori, ma è entrata attraverso il circuito centrale elvetico. E se è entrata lì, è quanto meno plausibile che, lato italiano, sia passata – o quantomeno sia stata condivisa – attraverso i canali del Ministero della giustizia.
Siamo dunque lontani dall’immagine di una procura che agisce nell’ombra mentre la politica "non sa": qui politica e tecnica, di fatto, camminano insieme, ma pubblicamente viene presentata una narrazione che le dipinge come separate.
Quale cooperazione, quale garanzia?
Se davvero si vuole trasformare le soluzioni giudiziarie e tecniche in un argine – e non in carburante – per i proclami politici, allora serviranno alcune condizioni minime:
Protocollo operativo chiaro, scritto, pubblico, internazionale che definisca limiti e poteri degli investigatori italiani, accesso agli atti, gestione del segreto istruttorio, canali di comunicazione esterna.
Rafforzamento interno del MP vallesano con risorse e competenze federali, per non lasciare Sion sola davanti a una pressione politica esterna eterodiretta di intensità senza precedenti.
Trasparenza politica su cosa è stato chiesto a Sion, quando, con quali limiti, e su come governo e magistratura intendono tenere separati – davvero – i rispettivi ruoli.
Il Vallese – e con esso la Svizzera – non hanno bisogno di alzare muri identitari vuoti. Hanno bisogno di difendere una cosa molto più concreta: uno Stato di diritto in cui le inchieste non si scrivono a colpi di tweet di governo, ma secondo le leggi, le competenze e le responsabilità che la Costituzione affida alle autorità giudiziarie.
Come già sostenuto: cooperazione sì, commissariamento politico, no!
*avvocato