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12.07.2018 - 15:460
Aggiornamento : 13.07.2018 - 12:16

"Il Vescovo non è un editore. Il ruolo lo hanno svolto a volte i direttori" Dadò e il GdP

L'editore ha analizzato la chiusura del quotidiano della Curia. "Il Vescovo doveva poter affidare i compiti di carattere terrestre e materiale a persone con competenze adeguate, non è quasi mai successo. Sullo scioglimento dell'accordo col CdT non fu indifferente Mésoniat"

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LUGANO – Da editore a… non editore. Armando Dadò in un articolo pubblicato su Il Ceresio, dice la sua sulla chiusura del Giornale del Popolo, affermando che “le modalità con le quali è stata comunicata la decisione di chiudere il quotidiano è stata uno choc un po’ per tutti: giornalisti, collaboratori, abbonati, lettori”.

Ripercorre tutta la storia dell’ormai ex quotidiano della Curia, ma ci soffermiamo sugli ultimi anni. “Quando mons. Grappa fu nominato vescovo, la situazione finanziaria del GdP era drammatica. Eredità della gestione precedente. Egli si rivolse allora al Corriere del Ticino. In quegli anni le leve del comando a Muzzano erano in mano alla signora Matilde Soldati e Amilcare Berra. Con loro trovò un accordo nel senso che avrebbero acquistato il 49% del GdP, mettendo a disposizione sei milioni di franchi necessari a ripianare il buco esistente”. Insomma, l’accordo col Corriere del Ticino, poi disdetto.

Per Dadò, “fu un gesto di indubbia generosità, ma con il passare del tempo si crearono nuovi buchi che il vescovo Grampa riuscì a coprire soltanto grazie a donazioni di privati e di fondazioni”, e sullo scioglimento dell’accordo, avvenuto dopo che il GdP pensava di riuscire a camminare con le sue gambe, “non hanno certamente aiutato i rapporti personali non idilliaci fra Mésoniat e i vertici del quotidiano di Muzzano”.

Secondo lui, “l’errore di fondo che sta alla base della caduta del GdP è la mancanza di un vero editore. Tener vivo un giornale in una piccola realtà come la nostra è già di per sé molto difficile. La premessa per riuscire ad avere risultati soddisfacente è innanzitutto quella di avere alla testa un editore e un corpo redazionale guidato da un direttore che sappia dare concretezza ed efficacia alle indicazioni dell’editore. Essendo il GdP di proprietà della diocesi, l’editore di fatto è il vescovo”.

Il quale non è un editore. “È innanzitutto una persona che ha studiato teologia e ha la responsabilità della sua diocesi. Si deve occupare essenzialmente delle cose spirituali e dell’organizzazione della vita religiosa. È tenuto però a doversi occupare anche di molte realtà di carattere economico, finanziario, amministrativo, al di fuori delle sue specifiche competenze. È quindi indispensabile che possa affidare questi compiti di carattere terrestre e materiale a persone di sua fiducia con adeguate competenze di carattere economico, commerciale, amministrativo, di marketing e quant’altro. Di fatto, questo è avvenuto raramente al Giornale del Popolo”.

Anzi,” i direttori hanno svolto anche il ruolo di editori, oppure sono stati nominati dei consigli di amministrazione composti da brave persone piene di buona volontà, ma non del mestiere. E sono state prese anche delle decisioni, che poi non sono state applicate”. Racconta come egli stesso, in una riunione, propose dei cambiamenti, ma gli dissero di stare tranquillo e non se ne fece nulla.

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